CHIESA DOMESTICA
Non mi era mai capitato di farlo, di inginocchiarmi e scoprire dentro di me una porta, un varco che si apriva sul mistero, concretamente. Potevo restare lì per ore e continuare a guardare ad osservare… Cosa vedevo? Nulla che possa ricordare e raccontare. Cosa sentivo? Sentivo che c’era una realtà davanti a me, un nuovo mondo.
Per anni avevo cercato la chiave senza mai trovarla, intuendo che la porta ci fosse avevo provato con irruenza a prenderla a spallate, ma nulla. Poi improvvisamente si è aperta ed è rimasta aperta. Non si è più richiusa.
Tutto questo avveniva durante l’eucarestia e sperimentavo fino in fondo l’efficacia della grazia profusa nei sacramenti. Esistono doni spirituali inspiegabili, che non hanno un nome, ma la cui efficacia è innegabile.
Sentirsi rigenerati dai sacramenti credo sia una esperienza unica nel suo genere. Ciò che è consuetudine, tradizione, ciò che appare soprattutto come un peso, come una zavorra, come qualcosa di superato e antiquato (conosco alcune persone che dichiarano apertamente che oramai possono fare a meno dei sacramenti!) si rivela come la porta di accesso sul mistero che ci circonda.
Ma non è tutto! Si parla spesso di varco, di accesso, di stargate su una realtà altra, e del tentativo, dello sforzo che ciascuno di noi, più o meno consapevolmente, farebbe per entrarvi, e prima ancora per conoscerla. Ebbene tutto ciò è esatto nella misura in cui riconosciamo che il varco è aperto, è stato aperto una volta per tutte da un Dio che si è fatto uomo.
Prima ancora che l’uomo potesse accedere all’al di là, Dio è sceso nell’al di qua. E così facendo ha creato un canale di comunicazione solido e indistruttibile. Quindi esattamente, quando a livello esperienziale ci troviamo davanti a queste epifanie a rigor di logica dovremmo dire che non stiamo accedendo ad una realtà diversa dalla nostra, ma che stiamo scoprendo la nostra stessa realtà ricolma della presenza del Cristo, del figlio del Dio vivente.
Il varco è aperto, siamo pronti ad accogliere l’invasione dell’Amore. Siamo pronti a collaborare al compimento del Regno. Questa è la nostra Apocalisse, la vittoria del bene sul male, totale, completa, definitiva. Possiamo finalmente vivere e rotolare con i nostri pensieri, in un mondo in cui la presenza del Cristo, vivifica, riempie, rende sacro ogni gesto ogni parola. Ne svela, la consistenza, l’intrinseco valore, la forza, la dinamicità.
Bisogna avere una visione assai ristretta per pensare che tutto finisca qui. Per lasciarsi prendere da disperazione e sconforto. Una visione, che a ben vedere, sono le passioni a generarla, le affezioni che l’umano contrae verso tutto ciò che è di questo mondo.
Passioni che ci appaiono sempre più come una scorciatoia, come la via larga che conduce dritta all’Inferno. Il cuore dell’uomo evidentemente è fatto per amare, per essere riposto e nascosto in qualcosa o qualcuno. Questa è la sua natura e tutti i tentativi fatti per ignorarla o modificarla conducono alla morte della persona. Si tratta allora di capire, a chi o che cosa attaccarsi, affezionarsi, in chi o che cosa riporre la nostra speranza. Tutta la nostra vicenda umana ruota attorno a questo, sulla scommessa cioè che facciamo ogni volta: affidiamo, consegniamo il nostro cuore. Qualcuno scommetto che dirà: ma io non lo faccio, non è necessario farlo, sono cose da persone deboli, romanticherie. Vorrei domandare a queste persone: voi non desiderate mai nulla? Desiderare significa riporre il cuore nell’oggetto del desiderio. Anche il desiderio di non desiderare nulla e raggiungere uno stato di perfetta atarassia è sempre un desiderare. Per mantenerlo occorre uno sforzo, occorre appunto desiderare costantemente di non desiderare. Leopardi aveva intuito bene la natura illimitata del desiderio umano, in quella che comunemente passa sotto il nome di Teoria del piacere, una serie di appunti tratti dal suo Zibaldone e scritti tra il 1821 e il 1823. In definitiva per come siamo stati creati, il nostro cuore deve per forza di cose trovare una casa da abitare, un luogo in cui posizionarsi, una situazione da vivere appassionatamente. Ora si tratta di capire quale sia la migliore, quale quella più soddisfacente e soprattutto quale quella in grado di garantire, felicità e pace al tempo stesso. San Paolo nella lettura odierna della Liturgia ci offre alcuni interessanti suggerimenti, ascoltiamolo:
Questo vi dico, fratelli: il tempo ormai si è fatto breve; d'ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l'avessero; coloro che piangono, come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo! 1 Cor 7
Tralasciamo per un attimo il discorso sulla brevità del tempo, legata storicamente all’idea dell’imminenza della fine del mondo che si era diffusa nelle prime comunità cristiane. E concentriamoci invece sul resto. I consigli suggeriti da Paolo sembrerebbero quelli di un buon Filosofo greco, epicureo o scettico che dir si voglia; e del resto non è azzardato ipotizzare che rivolgendosi ai Corinti “l’apostolo delle genti” usi riferimenti e locuzioni tratti dallo sfondo culturale al quale attinge quella popolazione. Per farci intendere dobbiamo parlare la stessa lingua di chi ci ascolta ed è questa una delle prime regole della comunicazione. Anche in termini culturali.
Ma dietro questa prossimità-lontananza, che è al tempo stesso coinvolgimento e distacco, invocata da Paolo, qualunque sia la nostra condizione di vita, c’è la volontà di ripristinare lo spazio e la relazione con la divinità. C’è la volontà di ricordare qual è la prospettiva ultima per il cristiano. La vita che continua, oltre la morte, oltre la scena di questo mondo destinata a scomparire. Solo amando Dio con tutto noi stessi, amando e desiderando ciò che lui ha preparato per noi, quella eternità che è pienezza dei tempi, possiamo staccare il cuore dalle cose e dalle persone di questo mondo, e riporlo in ciò che dura per sempre.
Ma non è tutto. Si potrebbe pensare infatti che la prospettiva escatologica, di una vita ultraterrena, non spinga il cristiano ad operare per il meglio, lì dove è chiamato a farlo. Mi par di sentire le critiche dei nostri oppositori: se non siete cittadini del mondo ciò significa che voi per il mondo fate poco e male. Niente di più falso e menzognero. Un cristiano che passa per il mondo vivendo come Paolo ha suggerito, edifica, costruisce, crea, più di migliaia di non cristiani. E tutto ciò che esso realizza non solo è visibile qui ed ora, ma lo sarà anche dopo.
"Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!" (Lc 3,4)
Il titolo di questo mio post è volutamente provocatorio. Vi domanderete infatti come può essere penitenza l’amore, sacrificio? Eppure la risposta appare semplice, quasi scontata. L’amore per l’altro, l’amore per il prossimo è sempre in qualche modo una penitenza, un sacrificio. E’ un rinunciare un pochettino a se stessi per fare spazio a chi ci sta di fronte. Farci carico delle sue esigenze, dei suoi bisogni. E credetemi non è cosa semplice da realizzare. Se abbiamo avuto la fortuna ad un certo punto della nostra vita, di scoprire che l’universo non ruota attorno a noi, che esso non è, non si identifica, con tutto ciò che nell’arco di una vita riusciamo a pensare, allora questo essere decentrati rispetto all’esistenza, ci lascerà intravedere la direzione verso la quale rivolgere i nostri sforzi, le nostre energie. Viceversa continueremo a comportarci come il sole del deserto che pare brilli solo per se stesso. Oggi la parola penitenza è stata cacciata dai vocabolari, mandata in esilio, con l’accusa di aver indotto inopportuni sensi di colpa, eccessive responsabilità e aver formato grigie e troppo austere esistenze, inclini a tutto ciò che è triste e contrario al principio del piacere. La nostra società elimina con interventi chirurgici mirati tutto ciò che la richiama al senso del dovere verso il prossimo. Tutto ciò che mira a ripristinare una corretta maniera di intendere la relazione. Fare penitenza equivale a purificarsi, ma non in astratto o formalmente, ma mediante azioni concrete che mirano a spostare il centro del nostro interesse, la finalità delle nostre azioni. Cambia la direzione e cambiando essa, cambia anche il nostro modo di intendere la vita. Ma per far questo dobbiamo offrirci interamente, prestarci senza riserve al disegno di Dio. Non si tratta di confrontare e soppesare due diversi modi di intendere le cose, lasciando che prevalga sempre e comunque il nostro. Il pensiero di Dio non accetta confronti, l’amore suo non ha rivali. Per afferrarne la logica bisogna scegliere di abbracciarlo liberamente, volontariamente, con gioia e impiegare tutte le nostre forse per amarlo. Compiere una scelta di campo e confermarla giorno dopo giorno, minuto dopo minuto, con il nostro vivere. Ecco allora che l’amore penitenziale, è l’amore vero di Cristo, quello mediante il quale ci ha amati, la Carità di cui parla san Paolo, un amore purificato da tutte le cattive ed utilitaristiche intenzioni di cui umanamente è solito cibarsi. Ricollocato nel cuore della relazione trinitaria e al tempo stesso reindirizzato verso il nostro prossimo. Fammi Signore strumento della tua misericordia divina! Quanto lontano tutto questo dall’amore che si vive nel mondo, dalle vie che si percorrono quotidianamente.
Troppo spesso pensiamo che ci manchi qualcosa, che non abbiamo realizzato questo o quello, che la nostra vita è incompleta. E chiediamo Grazie al riguardo, e le aspettiamo ma ci comportiamo come se non dovessero mai arrivare. E’ questo il paradosso di cui ci nutriamo nei nostri pensieri e nelle nostre parole! Se mi manca qualcosa o qualcuno non posso considerare quel qualcosa o qualcuno come una assenza, una negatività. Non è presente nella mia vita ma da qualche parte esiste, in qualche luogo c’è quella pienezza a cui tanto anelo. La avverto, la sento già dentro di me. Non si tratta solo di essere ottimisti ma di creare i presupposti perché si generi una più compiuta e adeguata realtà che realizzi la mia vocazione, che porti a compimento il disegno che Dio ha tracciato nella mia vita. Se non rinnovo il software dei pensieri, l’hardware, ossia il corpo, le azioni che esso produce non cambieranno mai, saranno sempre le stesse. La novità si verifica, accade in un certo senso, quando io stesso divento novità. Mai prima. Occorre il nostro si perché la Grazia possa compiere il suo percorso, possa ultimare la sua opera di rinnovamento. Un sì che va pronunciato con fiducia, ma soprattutto con la consapevolezza che può accadere, può realizzarsi, perché esiste, perché da qualche parte c’è qualcuno che lo ha già preparato per noi. Quando e come ci verrà dato non lo sappiamo, se adesso oppure dopo. Ma questo non deve spingerci a coltivare assenze, a nutrirci di chimere, che oggi esaltano, domani deprimono e poi gettano nello sconforto. La nostra speranza è presenza e consapevolezza dell’amore di Cristo, che progetta e prevede ancor prima dei nostri desideri, ancor prima che essi si manifestino, il piano della nostra esistenza. Ad esso noi offriamo la disponibilità, perché sappiamo che esiste, ne diventiamo cooperatori giorno dopo giorno, offrendo tutto noi stessi. E ci si svelerà e il suo svelarsi ci rinsalderà ancor più nel nostro cammino. Ma questa è una forza che traiamo dal vivere assieme a Cristo, con lui ogni momento della nostra vita. E’ questo il miracolo più grande, è questo l’annuncio che tutti i popoli attendono. La gioia che ciascuno di noi si augura di vedere impressa sul volto del suo prossimo. Cristo non è un mago che fa miracoli, ma un amico che ci fa crescere, che collabora attivamente alla nostra realizzazione.
Se il segno e il Mistero coincidono, poichè il Mistero sta dietro, per vederLo occorre che il segno sia piccolo, non grande.
Più il segno è (o si crede) grande, più nasconde il Mistero; mentre più è piccolo o si fa piccolo, più lascia vedere il Mistero.
Per questo forse Gesù ha detto che il Padre ha rivelato queste cose ai piccoli e le ha nascoste ai grandi.
Perchè noi vediamo il Mistero attraverso il segno, occorre che esso sia piccolo non grande, più si crede grande (anche se a parole afferma il contrario) più nasconde il MISTERO.
Più l'io scompare, più diventa evidente il TU che rivela la dignità dell'io e la sua consistenza.
Non lo avevo mai compreso in maniera così chiara; me lo ha rivelato un gesto di assoluta gratuità, fattomi da un ragazzo disabile, nel cortile della scuola di mia figlia. Non è la " Pretesa del segno " che mostra il Mistero, è la gratuità che ce LO mostra.
Anche l'eclissi di sole (o di luna non so) spiega benissimo questo.
Il Sole è LUI, la luna siamo noi.
Il Sole brilla di luce propria, la luna riflette esclusivamente la luce del sole.
La luna non può sottrarsi a questa luce, noi possiamo! Lui ci ha creati liberi!
Liberi anche di pensare di essere il sole, anzichè la luna!
Liberi di nutrirci al SOLE dell'EUCARISTIA, di scaldarci, contemplando questo Sole.
Liberi anche di non farlo, per continuare ad ammirare la luna, pensando che brilli di luce propria.
In questo caso prima o poi saremo avvolti dalle tenebre, come avviene nell'eclissi (qualche anno fa c'è stata e la terra è diventata fredda e oscura per tutto il tempo che la luna ha coperto il sole).
Per illuminare la terra la luna deve a sua volta essere illuminata dal sole, non coprirlo, pensando di essere il sole, col risultato dell'eclissi.
Anche noi, per poter illuminare gli altri, dobbiamo essere illuminati dal Sole dell'EUCARISTIA e dalla Preghiera, accompagnati da Maria, madre di tutte le virtù, Luna piena, proprio perchè totalmente umile.
Infatti come la luna attraversa varie fasi ed è visibile appunto in relazione alla luce che riceve dal sole; così, penso, anche noi siamo testimoni in relazione alla contemplazione, allo Spirito Santo che il Signore ha promesso a quelli che glielo chiedono.
Certo Lui ha voluto aver bisogno di noi. Il pane, per diventare Eucaristia ha bisogno del sacerdote, ma guai alla luna che pensasse di essere il sole, resterebbe sempre oscura, non illuminando più nessuno.
Ti prego, Signore, fà che nessuna luna pensi di essere il sole, ma come Maria, ci lasciamo totalmente avvolgere dalla luce e dal calore del Sole, grazie.
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