Mio Signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passar oltre senza fermarti dal tuo servo.

Genesi, 18,3

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CHIESA DOMESTICA

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\\ : Storico : Preghiera (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Alberico Mattiacci (del 08/09/2008 @ 10:35:41, in Preghiera, linkato 142 volte)
Tra le esperienze più belle che l’estate appena trascorsa mi ha riservato, c’è quella che ho vissuto nel monastero di Sant’Antonio Abate, presso le monache benedettine, a Norcia.
Vale la pena raccontarla. Alle tre del pomeriggio (ora nona) sbarazzatomi di moglie e figli (finalmente tutti a letto a dormire eheheheh!), sono entrato in Chiesa per pregare. O meglio per partecipare all’ufficio, con la curiosità di scoprire le modalità con cui le monache adempivano ad esso.
Dietro l’altare separate da una serie di vetri e pannelli, disposte negli scranni del coro si intravedevano una quindicina di monache di clausura, nella chiesa deserta solamente il sottoscritto. Chi conosce le monache benedettine sa di cosa sto parlando, la disposizione gli risulterà familiare. Dietro quei pannelli e vetri esse tutelano la loro scelta di vita e al tempo stesso si aprono ai fedeli che sono nel mondo. Al resto della Chiesa. Ebbene l’ufficio non era ancora iniziato che una monaca cogliendomi di sorpresa (ma è passata attraverso i vetri?) mi si avvicina e mi chiede se voglio pregare con loro. Resto a dir poco interdetto, poi dopo aver cordialmente accettato e ringraziato, prendo a seguirla e mi ritrovo dall’altra parte. Nel coro, nel luogo della clausura. Sono un po’ impacciato per l’emozione, non so se salutare e abbozzo un mezzo sorriso che quasi mi sembra troppo in quel silenzio così profondo. Non sto neppure a guardare se qualcuna contraccambia e prendo posto nello scranno, mentre la mia guida sfoglia il libro della liturgia delle ore e mi mostra le pagine da seguire.
Ci alziamo in piedi ed ha inizio l’ufficio di nona. Prima che capisca quando mi devo alzare e quando sedere mi ci vuole un po’, sbatto con un gomito contro lo scranno e mi sembra un boato ancora più assordante di quelli dell’uragano Katrina. Dopo l’inno e il primo Salmo comincio comunque a coordinarmi. Quanto al resto sono in estasi affascinato da quelle voci angeliche. Cantano tutto, rendono tutto armonia. L’emozione più intensa la vivo al Magnificat esattamente quando intonano per due volte l’antifona:
 
Maestro ispirato, amico dello Sposo
cantore della Vergine,
Bernardo fu per i suoi padre dolcissimo
 
Insomma regalo più bello non potevo riceverlo. Lui sa che mi piacciono queste cose, che amo scoprire modi diversi di vivere la preghiera, che sono affamato di questo cibo spirituale, e mi ha voluto fare un dono. Grazie Signore!
 
Di Alberico Mattiacci (del 11/05/2008 @ 12:54:08, in Preghiera, linkato 250 volte)

Il libro Santo, il libro della vita c’è, esiste. E la Parola di Cristo, racchiusa nel Vangelo. Quella Parola che in un giorno come questo, di Pentecoste, non si vorrebbe mai smettere di ascoltare. Perché senti che ti nutre, che ti tiene in vita che ti sfama più di qualunque altro cibo, più di qualunque altra parola. Grazie Signore, per questo dono immenso. Possano tutti gli uomini e le donne della terra conoscerlo, conoscerti. Si riversi in abbondanza su di loro la tua Grazia, facci strumento perché questo avvenga, perché tutto si compia.

E tu Spirito Santo, voce che gridi dal profondo, rendici docili alla tua azione, partecipi al tuo progetto, affinché ciascuno di noi possa compiere fino in fondo la volontà del Padre e realizzare ciò per cui è stato mandato. Amen

 
Di Alberico Mattiacci (del 26/03/2008 @ 10:56:18, in Preghiera, linkato 259 volte)

Parole vuote o svuotate d’attenzione! Quando accade che le parole si svuotano? Quando i pensieri fuggono… Ma i pensieri non sono fatti a loro volta di parole? Allora verrebbe da dire che parole fuggono da parole...Ma perché?

Queste domande nascono dalla lettura pasquale de La scala del Paradiso di Giovanni Climaco. Lettura non ancora terminata a dire il vero e che testimonia di un nostro interesse nei confronti del monachesimo orientale che risale ai tempi della scoperta de I racconti di un pellegrino russo e che si è nutrito nel corso degli anni della lettura integrale della Filocalia.

Ebbene nel suo libro, Giovanni Climaco, a proposito della preghiera del cuore afferma che esistono tre fasi: 1) La fase iniziale che consiste nel respingere i pensieri fin dal loro nascere 2) la fase centrale nella quale la mente rimane esclusivamente nelle parole pronunciate vocalmente o mentalmente 3) quella finale che concerne il rapimento della mente verso Dio. Di queste tre fasi vorremmo analizzare la prima, quella della lotta, del combattimento, con i pensieri invadenti di cui non riusciamo a liberarci nel momento in cui iniziamo a pregare. E’ in questa fase che la nostra mente suo malgrado presta le sue energie alla elaborazione di altri pensieri che ci distolgono dalla preghiera. Il pensiero fugge, non è totalmente compenetrato nell’atto che ci apprestiamo a compiere. E se ci resta è per poco. In un continuo andirivieni che fiacca e stanca. E’ proprio il caso di dire che in questa fase preghiamo con la bocca ma non preghiamo con il cuore. Ma come si riconquista il cuore, alla preghiera? Giovanni Climaco ci propone alcune soluzioni davvero interessanti. Come quella ad esempio di un monaco che per scacciare i pensieri che lo distraggono li obbliga a compiere un atto di sottomissione, a piegare le gambe, ad inchinarsi davanti a Gesù Cristo. Ma ascoltiamo il racconto:

“Padre Giovanni, all’inizio sono solito raccogliere i pensieri e la mente nella preghiera, e convocandoli sono solito gridare loro: Venite inchiniamoci e prosterniamoci, davanti a Cristo, nostro re e Signore  G. Climaco, La scala del paradiso, ed. Paoline, pag. 251

Il monaco non ha un atteggiamento censorio nei confronti dei suoi pensieri, non li prende a randellate, non fa loro guerra; ne è consapevole, è consapevole cioè della loro esistenza, del fatto che lo molestano e gli impediscono di avanzare nella preghiera, e quindi per silenziarli, per tacitarli, li depone ai piedi di Cristo. Li inserisce cioè in un orizzonte completamente nuovo, che li riscatta.

Il silenzio dei pensieri infatti è solamente il primo passo, il beneficio più immediato che subito si avverte, ma sarebbe poca cosa il solo silenzio dei pensieri. Ridurrebbe la preghiera ad una tecnica di rilassamento. Con questo atto di consegna invece, il monaco, non solo obbliga al silenzio i pensieri, all’obbedienza, ma così facendo offre loro la salvezza. La offre alla mente, all’anima, al cuore dell’uomo, alla persona intera.

 La prima fase della preghiera consiste quindi nel riportare all’interno del recinto, gli sparsi pensieri, che altro non sono che le sparse energie della volontà che si dilatano in migliaia di rivoli di pensieri e parole che distraggono, che impediscono di concentrare la mente nell’atto della preghiera stessa. Spesso l’errore che commettiamo in questa fase è quello di credere e di pretendere che quei pensieri tanto molesti possano scomparire del tutto. E soprattutto siamo tentati di credere che questo possa avvenire come conseguenza di un atto della nostra volontà. E inoltre con il minimo sforzo da parte nostra.

Dobbiamo lasciarci tirare dentro dalla logica della preghiera appassionarci ad essa, amarla e attraverso di lei amare lo Spirito Santo che ce ne fa dono e il padre e il Figlio che mediante la loro unione generano l’Amore. Lasciamoci inghiottire. Lo sforzo iniziale poco alla volta sarà sempre meno gravoso, e con sempre maggiore facilità potremo rapidamente accedere alla fase successiva. Ossia quella dell’essere totalmente compenetrati nel nostro atto di devozione, fede e affidamento. Alberico 

 
Di Alberico Mattiacci (del 23/01/2008 @ 14:08:00, in Preghiera, linkato 206 volte)

C’è un pensiero che divora il pensiero. Un parola che se detta, pronunciata, inghiotte altre parole, le annulla, le vanifica, le rende inoffensive. A volte non ce ne rendiamo conto ma essere impegnati nella Preghiera, attratti, catturati da essa, in maniera assoluta, fa si che i pensieri spesso invadenti che occupano la nostra mente vengano cancellati, curati e noi con essi. A volte prego e non penso. Cerco di non distrarmi se pensieri involontari tentano di infiltrarsi, intensificando ancor più la preghiera. Mi arrendo e metto a disposizione tutto me stesso, ogni fibra del mio essere: corpo e anima. E a poco a poco mi vado pacificando. Non fuggo dalla realtà ma la recupero attraverso la sua dimensione relazionale. Il mio è un ritorno alla realtà dopo essermi affidato a Cristo, interamente. Mi fido di lui e metto nelle sue mani ogni cosa, mi rimetto al suo giudizio.
Immaginate di avere un grande problema e di parlarne con una persona di cui davvero vi fidate. Le sue parole, finiranno per consolarvi, i suoi consigli vi mostreranno un punto di vista diverso. Alla fine del colloquio sarete certamente più speranzosi e ritroverete la forza per andare avanti. Anche se sentirete di non aver risolto il problema.
La preghiera ci aiuta a ritrovare questo clima di fiducia iniziale, è come l’anticamera di un più intimo colloquio tra noi e Dio. E’ un atto di fede, di amicizia, un riconoscere l’importanza e il valore dell’altro, un invocare incessantemente la sua protezione, il suo aiuto. La preghiera ci cura dall’egoismo, dalla tentazione dell’autosufficienza. Ci sono certi pensieri che rappresentano nodi cruciali della nostra esistenza, essi si traducono con parole di una ferocia inaudita che ci rendono schiavi e prigionieri. La preghiera è l’unico strumento che comincia dalla cura del linguaggio e arriva alla cura del cuore.
Perdere la propria vita, per trovare Cristo, e mediante l’incontro con lui ritrovarla, ritrovare cioè la nostra vera vita, equivale anche a perdere i nostri pensieri, a mollarli, ad abbandonarli. La preghiera può aiutarci in questo. Come Pacman (ve lo ricordate il gioco?) uno per uno inghiotte i suoi nemici, impedendo così che essi possano nuocere all’anima:


Cogednos las raposas,
que está ya florecida nuestra viña,
en tanto que de rosas
hacemos una piña,
y no parezca nadie en la montiña.


Prendeteci le volpi,
Perché è fiorente ormai la nostra vigna,
Intanto che leghiamo
Rose in forma di pigna;
nessuno appaia dietro la boscaglia.


Cantico Spirituale San Giovanni della Croce

 Alberico

 
Di Alberico Mattiacci (del 16/01/2008 @ 11:58:00, in Preghiera, linkato 206 volte)

Dobbiamo metterci alla scuola di Maria. Per conoscere la realtà di Dio dobbiamo fare riferimento a chi questa realtà l’ha vissuta in prima persona. Maria preservata dal peccato aveva un cuore lontano dalle passioni del mondo. Unica grande passione quella nei confronti del suo Dio. L’essere preservata dal peccato appare funzionale alla nostra salvezza. E non solo in funzione della venuta di Cristo. A volte si pensa a questo in prima istanza. Gesù cioè, il figlio di Dio, non poteva nascere dimorando per novi mesi nel corpo di una donna il cui cuore fosse dominato da umane passioni. Ma la purezza di Maria va vista anche in funzione dell’esempio che lei per prima poteva fornirci del come amare Dio, del come farsi a lui gradita. Noi siamo seguaci di Cristo ma in un certo senso siamo anche seguaci di Maria. Anzi non possiamo essere seguaci del figlio senza prima essere stati a scuola dalla madre. Maria meglio di chiunque altro può formarci alla realtà del Regno.
E’ vero anche che Gesù ha scelto i suoi apostoli senza ricorrere alla mediazione della madre. Ma appunto li ha scelti, li ha chiamati a sé. E stato lui a decidere. Per molti di noi invece accade esattamente il contrario. Mi spiego: troppe volte ci sentiamo chiamati da Cristo in persona senza che questo corrisponda a verità. Vogliamo procedere al suo fianco sulle strade del mondo. E’ come se volessimo diventare per forza amici di qualcuno, magari per comprarci i suoi favori. Gesù beninteso non ci rifiuta, non si comporta cioè come uno qualunque dei potenti acculturati della terra, arroganti e strafottenti, superbi e vanagloriosi, ma altresì ci mette alla prova. Ci interroga ci passa al setaccio e il più delle volte ci rimanda a casa con le ossa rotte. Ma la sua salvo casi eclatanti, non è una bocciatura. Siamo solo rimandati a settembre (che bello quando c’erano gli esami di riparazione senza il peso morale dei debiti formativi, era come avere un’altra prova un’altra occasione per crescere e maturare!). E dove possiamo trovarlo un professore o una professoressa per studiare durante l’estate? Ebbene lo stesso Gesù sotto la croce ce ne indica una. Maria, sua madre. Non c’è scuola di formazione migliore di quella.
La chiamata c’è per tutti i cristiani, ma non per tutti le modalità avvengono nella stessa maniera. Alcune anime hanno bisogno di più tempo per liberarsi dalla realtà del peccato che come una ragnatela le imprigiona. Per tutte però indistintamente c’è l’esigenza di una formazione continua che duri tutta la vita. Maria, è lei a gestirla ad alimentarla. Cristo chiama, Maria ci prepara a questo evento a questo incontro. Giorno dopo giorno fa in modo che duri per sempre. Riportandoci con piedi per terra, richiamandoci all’umiltà, al nostro essere uomini deboli, fragili, sofferenti. Ci rammenta che l’incontro con Dio può generare la vertigine dell’onnipotenza. Che bisogna davvero avere un cuore puro perché tutto il retaggio delle passioni non ci faccia insuperbire. Quel corpo eucaristico infatti potrebbe trasformarsi per noi in motivo di condanna. Ecco che le parole del Magnificat risuonano allora in tutta la loro forza dirompente. E’ la storia di una educazione all’amore che dura tutta una vita

L'anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l'umiltà della sua serva.
D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente
e Santo è il suo nome:
di generazione in generazione la sua misericordia
si stende su quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva promesso ai nostri padri,
ad Abramo e alla sua discendenza,
per sempre.” 

Alberico 

 
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