CHIESA DOMESTICA
L’indulgenza, la compassione che proviamo per l’uomo, non può esimerci dalla condanna del suo peccato. Siamo tutti peccatori e nessuno può scagliare la prima pietra…ma il peccato abbiamo l’obbligo di continuare a condannarlo. E’ in questa contraddizione che cresce e matura la religione cristiana. Sollecitata da una tensione verso la perfezione, e da un altra più oscura e latente verso il Mysterium Iniquitatis. Qualsiasi tentativo di eliminare o l’una o l’altra priva l’uomo della sua identità. La potenza di Dio infatti si manifesta a fronte della nostra debolezza, è sua la vittoria, suo il riscatto di una vita intera, la sua definitiva salvezza. Noi dobbiamo decidere dal canto nostro verso quale delle due strade incamminarci ben sapendo che mentre la prima è stretta e angusta, la seconda è ampia e spaziosa. Nel primo caso non ci sarà risparmiata fino alla fine dei nostri giorni una lotta senza quartiere con il nemico. Ma al tempo stesso ci sarà concesso di gustare in anticipo ciò che ci attende dopo la morte, nel regno del Padre. Nel secondo caso invece rinunceremo al cielo e ci accontenteremo di essere abitanti della terra, in attesa di migrare in massa sul pianeta Inferno.
Dio ha mandato il suo figlio prediletto per strappare anime al demonio non per conquistare la Terra. Cristo non è venuto a capo di un esercito per muovere guerra al principe di questo mondo. Doveva essere rispristinata la comunicazione tra terra e cielo e lui l’ha fatto, doveva essere sconfitta la morte e lui ce ne ha liberati, doveva essere tracciata la via della salvezza e lui l’ha segnata. Sia gloria a Dio Padre Onnipotente per la sua infinita misericordia!
Ma noi restiamo macchiati dal peccato originale, così è la nostra natura. Non dobbiamo farci illusioni: siamo peccatori. Perché peccarono prima di noi per generazioni i nostri padri e quei peccati ci esplodono ancora oggi in sogno e siamo peccatori perché ad ogni istante Satana ci tende i suoi lacci e ci fa cadere. Ma nonostante questo la salvezza è compiuta, è irrevocabile, è data una volta per sempre. Dobbiamo incamminarci lungo quel flusso, quella scia, come fecero i magi con la stella cometa, e lasciarci investire da quella polvere di stelle. Dobbiamo essere solleciti in tal senso sensa perdere altro tempo. In questo sta il nostro realismo, il realismo cristiano, la consapevolezza di una fragile e corrotta natura, riscattata dalla misericordia divina.
Nutriamoci di Cristo nell’eucarestia, il suo corpo è l’unico vero antidoto contro la morte. Nutriamoci di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. L’uomo spirituale che è in noi, quello che domanda una felicità eterna ha urgente bisogno di essa.
Esultiamo amici miei viene al mondo Cristo nostro Salvezza! Sulle pareti della grotta di betlemme siano incisi i nomi di ciascuno di noi in questo Santo Natale. A testimonianza di una presenza che per misericordia e grazia di quel bambino che viene al mondo, possa durare in eterno. Fatemi essere pastore, contadino, falegname, stanotte. Concedimi di essere me stesso o mio Signore, e di lodarti e di ringraziarti con la bocca e con le mani. Voglio esserci anch’io, oggi e poi domani (ai piedi della croce), e doman l’altro (sulle sponde del lago Tiberiade a cena con te). Amen
Auguro a tutti i miei amici bloggers e ai visitatori del sito un Santo Natale.
Alberico
L’uomo passionale, colui che ricerca il piacere non ama la verità. Sottopone infatti la ragione alle passioni, alle loro finalità. I ragionamenti che egli elabora, sono sempre giustificazioni a posteriori del suo agire; un agire che beninteso mira solo ed esclusivamente al raggiungimento della propria soddisfazione. Il bello è che il più delle volte, l’individuo dominato dalle passioni non sa neppure dove lo tirano i suoi desideri, la sua volontà. Ha trasformato la sua anima in una sorta di suk dove si baratta e si vende ogni cosa, che difficilmente riesce ad individuare le cause del proprio agire. Gli sono noti gli effetti e nulla più. Non riesce cioè a tirare la testa fuori dalla melma per avere uno sguardo distaccato dall’inferno nel quale è precipitato. E risalire così a monte per scoprire che in origine le cose stavano diversamente e che anche ora mediante la grazia del Signore nostro Gesù Cristo e una repentina conversione del cuore e cambio successivo di rotta, potrebbero essere diverse. Molti nascono invece peccatori e muoiono tali senza aver neppure conosciuto per un attimo la gioia che deriva dall’abbracciare la salvezza di Dio. E una compassione profonda sentiamo verso queste persone, così dure di cuore, così impenitenti. Le stesse per le quali Cristo ha dato la sua vita.
Matteo 9:13 Or andate e imparate che cosa significhi: Voglio misericordia, e non sacrifizio; poiché io non son venuto a chiamar de' giusti, ma dei peccatori.
E ciascuno di noi dovrebbe assumersi la responsabilità di adottare come figli spirituali un numero considerevole di peccatori, secondo i carismi ricevuti, badando che siano davvero sporchi, davvero odiosi, che la pensino in maniera totalmente diversa diversa da noi, che siano cioè realmente fastidiosi peccatori.
Sfigurate dal peccato infatti queste persone continuano a provare verso di esso una profonda attrazione. Si può dire a rigor di logica che non conoscano altro, non hanno altra passione, non hanno altra volontà. Satana dal canto suo fa il resto, persuadendoli che se anche volessero incamminarsi per una strada diversa, quella purezza, quella perfezione a cui tanto anelano pur non conoscendola, non potrebbero mai raggiungerla.
Ma accostarsi ad un peccatore significa anche evitare di cadere nel suo stesso errore, continuare a rappresentare per lui una valida alternativa, nel modo di condurre la propria esistenza. Un percorso altro, diverso, che muovendo da una comune radice umana si sviluppa lungo l’itinerario che da Gerusalemme sale al Golgota. Prendere parte alla vita altrui, non significa compromettersi con essa fino al punto di non ritorno. Quello che a mio avviso oggigiorno si fraintende, sono le modalità del processo conoscitivo. Si pensa che per poter parlare con cognizione di causa di un qualcosa, bisogna averne fatto esperienza. Quindi per poter capire veramente un peccatore ed usare misericordia nei suoi confronti, bisogna aver condiviso con lui il peccato. Questa è pura follia, ispirata ad arte dal menzognero omicida. A tale asserzione ne fa da corollario un’altra che dice: non potendo io comprendere fino in fondo la realtà altrui perché non ne ho fatto esperienza, bisogna che mi astenga da qualsiasi forma di giudizio e che assolva comunque sulla fiducia, a prescindere da come si sono svolti i fatti. La ragione abdica in favore delle passioni. Si fa parziale, di parte, per nulla affatto obbiettiva. Mossa unicamente da interessi si riserva di condannare o di assolvere non in base ad una analisi accurata di come si sono svolti gli avvenimenti, bensì, in base, ad esempio, all’opinione pubblica dominante.
Non condividere il peccato, non significa non “condividere” la persona, non provare per essa compassione, partecipazione, amore sincero; non significa non volere il suo bene. Sottolineare l’errore, la parte, ci porta ad abbracciare con maggiore slancio il tutto. Finchè non riesco a dire alla persona a cui voglio bene che sta sbagliando, non la amo davvero. Dobbiamo vigilare gli uni per gli altri, trovare la posizione giusta e costruirci la nostra garitta. E a turno montare di guardia per prevenire gli attacchi del demonio. E’ la lotta spirituale l’unica guerra che ogni cristiano ha il dovere di compiere per se stesso e per i suoi fratelli. Qui il pacifismo rappresenta solamente un sconfitta.
P.S. Ho eliminato dal blog l’opzioni dei commenti. Chi desidera contattarmi può farlo via e-mail. Ho lasciato invece la chat per i saluti.
Auguro a tutti i miei amici bloggers e ai visitatori del sito un Santo Natale.
Alberico
Da dove nasce il male? Il passo del vangelo di domenica scorsa (Mc 7,1-8.14-15.21-23) non lascia scampo: è quello che sta dentro di noi che ci contamina. Ma come fanno a stare dentro di noi fornicazioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza? A ben vedere ci sembra che siano sparsi per il mondo e che il pericolo sia fuori di noi, non dentro. Gesù capovolge questa prospettiva: Dare la colpa al mondo non ci responsabilizza. Ci fa sentire vittime. Al massimo possiamo imputarci di essere troppo deboli, troppo umani. E siamo comprensivi con noi stessi quando ci diciamo queste cose, troppo comprensivi. Tardiamo a correre ai ripari, finendo per essere oltremodo accomodanti. Al più troviamo un capro espiatorio e finiamo per attribuire ad un'unica persona la responsabilità delle nostre mancanze, delle nostre cadute. Se proprio ci deve essere un colpevole questo va trovato fuori di noi e individuato in chi con il suo modo di comportarsi è capace di attivare determinate reazioni da parte nostra. Il dito è sempre puntato verso l’altro.
Il male è fuori di me, incarnato da determinati individui, gruppi o società ed è a volte così forte che finisco per soccombere; posso decidere di combatterlo tutta la vita senza ricavarne altro che una conflittualità permanente oppure posso persuadermi che poi questo male non è poi così male come pensavo, anestetizzando la mia coscienza.
Un errore di prospettiva è quella che compiamo, guardiamo dalla parte sbagliata, finendo per individuare gli effetti e non la causa. Se viceversa vogliamo agire alla radice del problema dobbiamo accettare la prospettiva evangelica. Lo sguardo va rivolto dentro di noi cercando di indagare come funziona questo meccanismo che ci contamina. Ne sappiamo poco a dire il vero. Sappiamo ad esempio che si serve del linguaggio per manifestarsi. Le parole veicolano un virus, una infezione, ma le parole non sono il virus, l’infezione. Del linguaggio del resto si serve anche il bene, nella sua accezione più ampia, per manifestarsi. Recuperando quindi, come già fatto altrove, la prospettiva paolina, diremo che occorre fare attenzione non alla lettera ma al suono. E nell’anima possono trovare asilo suoni demoniaci. Se diciamo qualcosa mossi da un desiderio di fornicazione, furto, omicidio ecc. ecc. per quanto con giri astrusi cercheremo di nasconderlo a noi stessi, quel desiderio ci contaminerà. Mi si potrebbe obbiettare che mai nessuno muove da un desiderio assoluto di male e questo è giusto, anche nella prospettiva dell’Aquinate che parla del mare come la privazione di un bene, negandogli come è giusto sostanza ontologica.
Nel momento in cui compiamo il male c’è in ballo anche il bene; potremmo scegliere diversamente verrebbe da dire. Se non fosse che la scelta è già impedita a monte da una contaminazione che è già in atto. A volte crediamo di avere a che fare con virus forti e virulenti dai quali possiamo guarire adottando le contromisure necessarie. Magari fosse sempre così! Magari fossimo capaci spiritualmente di riconoscere il virus e di attenderlo sulle porte della città per scacciarlo a bastonate. Pochi tra noi sono quelli che vigilano giorno e notte sui camminamenti delle mura. Più spesso invece non trattasi di virus ma di un worm che si è infilato di soppiatto attraverso qualche porta lasciata incautamente aperta, mentre dormivamo o pensavamo ad altro, mentre la preghiera non ci rivestiva di una corazza di luce. Esso può esplodere anche a distanza di tempo, contaminando poco alla volta, senza che ce ne rendiamo conto. Soprattutto può camuffarsi, rendersi appetibile all’intelletto mostrandosi sotto forma di fenomeno culturale, di ideale, condivisibile e condiviso dalla maggioranza. In questi casi la contaminazione è già in atto, il nemico con le sue armate ha invaso gran parte del territorio della nostra anima. E dovremmo avere la forza di riconoscerlo con l’aiuto della grazia divina. Essere contaminati significa essere peccatori. Significa essere produttori di tutti quelle azioni elencate dal su citato passo vangelo. Le seminiamo, le spargiamo nel mondo, in totale inconsapevolezza, ma non per questo ne siamo meno responsabili. Cosa fare?
La risalita è dura, lunga, faticosa. Dopo la presa di coscienza, il riconoscimento del peccato (questa si vera sapienza e vera conoscenza, non il suo surrogato che gira per il mondo!), occorre un lavorio e un impegno costante. Soprattutto non dobbiamo dimenticarci che abbiamo bisogno di appassionarci al nostro impegno, di sostituire i vecchi desideri, con desideri nuovi, con l’amore per Cristo. Sforzo razionale e desiderio, consapevolezza e passione, lucidità e immersione nel profondo.
Concludo dicendo che molti si arrendono alle prime difficoltà. Abbandonano la strada della conversione del cuore perché pensano che tanto non potranno mai raggiungere un risultato soddisfacente. Ebbene queste non sono parole dettate dallo Spirito Santo. E’ la catechesi del demonio che ha tutto l’interessa a far si che l’anima non si metta in cammino per la via della salvezza. Siamo ancora troppo contaminati, impauriti. Desiderio e volontà sono soggetti ancora troppo alle cose del mondo. Occorre stringere i denti e far ricorso a tutte le nostre forze. Eucaristia e preghiera debbono diventare i nostri alimenti giornalieri. La nostra mente, i nostri pensieri, il nostro cuore sempre più debbono trasformarsi in avamposto del cielo, qui sulla terra.
Alberico
(Giovanni 16, 11)
Avere successo nella vita equivale ad aver realizzato la propria vocazione cristiana? Domanda e problema evocato, solo in apparenza peregrini. In realtà mi sembra che l’equivalenza si vada sempre maggiormente affermando, in maniera tacita, subdola. Se non nelle dichiarazioni di intenti, quantomeno nei fatti, nell’agire concreto mosso quest’ultimo da una volontà, che suo malgrado sempre più si adegua alla logica del mondo, ai suoi “valori”. E questo perché la volontà è ad ogni momento della giornata sempre più succube delle passioni e dei desideri. Così finisce per mentire a se stessa senza accorgersene neppure.
Presume di avere la forza necessaria per corrispondere alle parole dette, pronunciate, un attimo prima in assoluta buona fede, ma in realtà soggiace a tutt’altro pensiero che strisciando, suadendo, ha ormai eluso qualsiasi forma di sorveglianza e si accampa trionfante nella mente. Ma questo naturalmente si può dire di qualsiasi tentazione l’uomo vada soggetto. E’ uno schema che accade e si ripete più volte nel corso di una stessa giornata. L’adesione profonda della volontà, ai desideri che si pensa possano soddisfare l’assoluto desiderio di piacere che ciascun individuo nutre dentro di sè, è il motore che che spinge e determina le sue azioni (Leopardi docet). Tutto il resto sono pie aspirazioni, un fiume di parole ancora disincarnato.
Ma torniamo al desiderio di successo e a quelli ad esso affini di visibilità, di notorietà, desideri penetrati così tanto nelle coscienze dell’uomo d’oggi che hanno finito per intaccare i concetti evangelici di carisma, vocazione, talenti. L’esempio di Gesù è chiaro, lampante, sta sotto i nostri occhi: secondo il mondo è un uomo di in-successo, un perdente che ha finito la sua parabola, morto ammazzato sulla croce, sconfitto insomma. E la cosa sorprendente è che tutto ciò è avvenuto per libera scelta, per adesione ad un progetto. Se proviamo infatti ad analizzare più a fondo gli episodi della sua vita pubblica ci accorgeremo che Egli possedeva le capacità per affermarsi secondo la logica del mondo, più e meglio degli altri…se solo fosse stato questo il suo desiderio. L’ingresso a Gerusalemme alla vigilia della sua passione e tutte le altre occasioni in cui folle, diremmo oggi, oceaniche, lo seguivano acclamanti ce lo testimoniano.
Inoltre, Egli ha avuto amici anche tra gente ricca e importante e non ha disdegnato quando era necessario entrare nelle loro case. Insomma un volume di relazioni e conoscenze da coltivare e che sarebbero potute tornargli utili al momento opportuno. Ci sapeva fare Gesù nei rapporti, le anime le catturava, le conquistava e se gli fosse interessato un qualsiasi tipo di scalata sociale o politica non sarebbe stato certo per lui difficile attuare il suo piano.
Ma di tutto questo decide di non farsene nulla e le sue doti, le sue capacità restano segno di contraddizione per il mondo: ad una sorta di talento sprecato potremmo paragonarlo, che prometteva bene ma che poi alla resa dei conti ha fallito. Una scheggia impazzita del sistema di cui era giusto sbarazzarsi.
La sua parabola è chiara fin dall’inizio: nessuna compromissione con la logica del mondo. Tanto che su questo punto mette in guardia gli stessi discepoli, rispetto alle difficoltà che dovranno affrontare: Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia Giovanni 15, 18-20
Alla luce di tutto ciò bisognerebbe domandarsi invece quanto dello spirito del mondo penetra nelle coscienze dei cristiani di oggi, laici o religiosi che dir si voglia, al punto ad esempio da spingerli a valutare la realizzazione di una vocazione autentica, con la maggiore o minore visibilità che la persona ottiene nel corso della sua esistenza, con il successo che miete, con l’influenza e il potere che acquista. Su questo punto a mio avviso si è persa la radicalità delle origini, la radicalità che ogni libera scelta comporta. E al tempo stesso è venuto meno il senso di responsabilità. Non si può mediare con lo spirito del mondo, cercare con esso un dialogo e un compromesso. Non è questo il modo corretto di esercitare la misericordia. Essa va indirizzata nei confronti di coloro che sono vittime di questa logica aberrante e demoniaca. Ma il giudizio sul mondo, i suoi valori, la sua, perdonatemi il gioco di parole, weltschaung, è stato espresso una volta per tutte, e non può essere cambiato.
Alberico
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