Mio Signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passar oltre senza fermarti dal tuo servo.

Genesi, 18,3

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CHIESA DOMESTICA

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\\ : Storico : Linguaggio (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Alberico Mattiacci (del 24/09/2009 @ 14:05:28, in Linguaggio , linkato 318 volte)
Questo mondo e l’altro mondo, quello che ci attende dopo la morte, sono due mondi incomunicabili tra di loro. Non usano cioè lo stesso strumento comunicativo ossia la parola. Quindi l’incomunicabilità non riguarda i contenuti, è un fatto solamente per così dire tecnico.
Noi sappiamo notizie dell’altro mondo, ce lo dicono la Bibbia e poi i Vangeli; ogni cristiano sa cosa l’attende dopo la morte. Ma non riesce ad immaginarsi cos’é questo dopo, non ne ha esperienza e quindi in un certo senso non lo conosce. Deve fidarsi o meglio affidarsi alla Parola di Dio contenuta nei Libri Sacri.
E questo basta, è sufficiente. E’ la parola di Dio il vero Stargate per l’altro mondo. E’ Cristo, Parola che si è fatta carne, che ci indica la via. Altro non abbiamo e altro non ci serve. E non lo abbiamo non per un dispetto del Padreterno, ma perché non si possono travalicare le leggi della natura. In questo mondo con questa struttura del nostro corpo, con questa nostra antropologia, il mezzo più potente a disposizione è la parola, e su tutte le parole la Parola di Dio che si fa carne. Sono strumenti potentissimi e sufficienti a veicolare qualsiasi messaggio anche quello della salvezza e della resurrezione. Se non ci crediamo è un problema nostro, se non riusciamo ad interpretare il suo codice è perché non siamo in grado di farlo. E’ perché qualcosa o qualcuno disturba la nostra ricezione.
L’altro mondo è già presente quindi in mezzo a noi, questo mondo ne è un riflesso nel bene e nel male. Nel senso che qui noi già sperimentiamo cosa saranno inferno, purgatorio e paradiso. Lo facciamo con i mezzi che abbiamo a disposizione, un corpo ed il suo linguaggio. Poi lo faremo in una maniera così diversa, che questo corpo e questo linguaggio ci risulteranno del tutto incomprensibili.
Mi viene in mente la parabola del ricco Epulone che chiedeva il permesso per scendere sulla terra ad avvertire quelli della sua famiglia che continuavano a vivere nel peccato. “Hanno i profeti” se non credono a loro a chi altro potranno credere. Ad uno spettro forse? Ad un morto vivente?
E sintomatico che l’uomo sia alla ricerca sempre di eventi straordinari, di letture fantastiche e fantasiose, che possano appagare il suo desiderio dell’aldilà, e questo lo spinge a popolare il suo universo di creature bizzarre ed improbabili, che puntualmente però vengono umanizzate per ciò che concerne il linguaggio e la comunicazione, verbalizzate.
Ebbene nell’altro mondo le tecniche di comunicazione che conosciamo non funzionano, sono inutili, lo sforzo non è a dire e a fare, ma ad essere consapevoli che le cose stanno così come stanno. La visione è più alta se volete più onnicomprensiva e abbraccia una dimensione spazio temporale di proporzioni vastissime, o meglio si ferma ad abbracciare quell’orizzonte che si è costruito sulla terra, in questo mondo, con la propria vita.
La parola è svuotata del suo potere creativo, della sua forza, della sua vitalità; o porta con se qualcosa, e allora può ritenersi salva, immersa nella consapevolezza dell’amore di Cristo, oppure e totalmente vuota, perché ha bruciato e consumato tutto. Così l’uomo, così la sua anima.
Quando si muore i giochi sono fatti; ecco perché la vita è una grande meravigliosa ed unica opportunità per edificare la dimora per l’eternità. Dopo non avremo più le parole per farlo, a meno che qualcuno non ci ricordi nelle sue preghiere. Non ci spinga avanti nuovamente con la Parola che vince la morte.  
 
Di Alberico Mattiacci (del 17/07/2009 @ 09:28:13, in Linguaggio , linkato 240 volte)
 Il passato: grumi verbali e poi non c’è niente nient’altro che parole? Ma allora siamo solamente parole? Dove è finito il corpo nel passato, il corpo del passato? Il corpo nel passato non c‘è più. E questo forse perché è proprio della natura del corpo vivere solo ed esclusivamente nel presente. Un mucchio di parole che preparano il corpo che dovrà ancora venire. Sostantivi verbi, locuzioni intere frasi, periodi… e il soffio, il soffio vitale che con il passare degli anni si va sempre più affievolendo. Tutto questo e nulla più è l’uomo, l’umano. Parole parole e parole….e un corpo che non resiste agli anni che non può fare la differenza perché finisce per non esistere più. Poi tornerà ad essere polvere. Ma allora dov’è la salvezza, dove la differenza?
Nel luminoso corpo di Cristo, imperituro, nel farci sempre più simile a lui. O finire nel nulla o finire in braccio a Cristo. L’inferno è un cumulo di parole rancorose, inutili, inutilizzabili, vuote. L’inferno è essere disincarnati per sempre. Un nome gettato nella solitudine, abbandonato. Dio non voglia mai per nessuno.
Oppure l’approdo, la terra promessa. Messaggeri che vengono dal futuro ad informarci, con parole che danno vita, pace, serenità. Ricostituiremo noi stessi in Cristo, attingendo a lui, alla sua linfa. Abbiamo cominciato a farlo. E non è più presente, in Cristo tutto già è futuro, il tempo, futuribile, realizzabile. Deve venire e verrà, come cosa certa. Il tempo realizzabile è il tempo di Cristo, il tempo, che senza se e ma, si realizzerà, con fede incrollabile. Gesù è uno scatto in avanti, rispetto alla normale percezione temporale. E’ una direzione altra, diversa, che curva verso il cielo e si allontana in un baleno anni luce dalla terra
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Di Alberico Mattiacci (del 07/04/2009 @ 14:38:47, in Linguaggio , linkato 258 volte)
Quanto volte lo facciamo durante il giorno? Meno volte sicuramente di quanto ci capita oramai di farlo con i vari editor di testo o più in generale con tutti gli applicativi che installati sul nostro Sistema Operativo. Eppure quel semplice comando (salva con me) quanto è importante per la nostra vita.
Volevo scrivere questo post alcuni giorni fa, prima che accadesse quello che è accaduto a l’Aquila e dintorni. Ma ora esso assume un significato ancor più evidente, ai miei occhi. Tutto nasce da una chiacchierata in pizzeria con gli amici. Il tema è: quale morte ci fa più paura. Sono in minoranza, perché tutti scansano con determinazione il tumore. Una morte lenta e agonizzante non la vuole nessuno. Eccetto il sottoscritto che se dovesse scegliere la preferirebbe di gran lunga all’infarto o a qualunque altra morte improvvisa. La motivazione è che voglio mettermi l’anima in pace prima di morire, voglio averne la consapevolezza per chiedere perdono. Non ho paura di soffrire ma ho paura di andarmene senza aver chiesto scusa e perdono agli uomini e a Dio. Il mio amico Massimo sorride a sentire le mie motivazioni e mi dice: Beh tu che sei un informatico la soluzione ce l’hai a portata di mano! - Quale? Rispondo io interdetto. Fai più di una volta durante il giorno “salva con nome” ed il gioco è fatto. Meraviglioso!  A volte ci sono quelle parole che ti aprono mondi. Senza volerlo Massimo mi aveva offerto una chiave di lettura nuova ed interessante.
Ho cominciato infatti a chiedermi: quante volte nell’arco della giornata fermiamo il flusso di pensieri e di parole per fare “salva con nome”? Per chiedere a Dio Padre Onnipotente attraverso la preghiera: Signore salva, salva con il mio nome anzi con il tuo nome, con la tua grazia, questi piccoli pensieri, queste mie povere parole; salva la mia storia Signore, preservami dal male e dal peccato e tutto ciò che non puoi salvare fa che io me ne liberi per tempo gettandolo nel cestino prima che sia troppo tardi!
Viviamo in una società in cui tutto si brucia in fretta e si consuma, anche le identità e quindi le persone. Esistono milioni di file non salvati che meritavano di esserlo e questo è accaduto perché nessuno ha ricordato loro che il comando “salva con nome”, per ciò che concerne la vita spirituale si chiama “preghiera” . Se oggi c’è bisogno di formazione nel campo informatico c’è ancora più bisogno di formazione spirituale. Ogni cattolico è chiamato ad una responsabilità a cui non può più sottrarsi qualunque posto occupi all’interno della società.
E poi il terremoto… forse ci sarebbe stato qualcuno che come il sottoscritto avrebbe voluto fare “salva con nome” ma non ha avuto il tempo per farlo, qualcun altro ci è riuscito in extremis. Tu Signore salva, salva tutto e tutti nella tua infinita misericordia, come ha detto Tuo figlio sulla croce, perdonaci perché non sempre sappiamo quello che facciamo, e la vita a volte non ci da neppure il tempo per chiedere perdono.
Per la sua dolorosa passione….Abbi misericordia di noi e del mondo intero
Per la sua dolorosa passione….Abbi misericordia di noi e del mondo intero
Per la sua dolorosa passione….Abbi misericordia di noi e del mondo intero
 
Di Alberico Mattiacci (del 23/11/2008 @ 11:18:54, in Linguaggio , linkato 209 volte)
Siamo soggetti a comunicazione, sempre. Non ci possiamo sottrarre alla mole consistente di messaggi che giungono alle nostre orecchie e di pensieri che attraversano la nostra mente. Non ci possiamo spegnere. E siamo sempre e comunque sollecitati a dare una risposta, a scegliere tra un numero più o meno grande di possibilità. E spesso manchiamo, di orientamento, di direzione, di presenza, di quelle “virtù” insomma che ci garantirebbero una maggiore capacità relazionale e comunicativa. E’ a questo livello si manifesta l’opera del demonio. Fraintendimento del messaggio e risposta inadeguata a questo vuole portarci; se l’ottiene ha vinto la sua battaglia. Se fraintendo il messaggio, se non l’interpreto per il verso giusto è inevitabile che anche la mia risposta sarà inadeguata. Ci vorrebbe un miracolo perché questo non accadesse! Ma come avviene tutto ciò? Attraverso alterazioni dello stato d’animo del ricevente. E’ vero che non si è mai sufficientemente pronti per ricevere una brutta notizia, una notizia cioè che annuncia un triste evento. Ma la maggior parte delle persone non è pronta il più delle volte neppure per ricevere notizie liete o comunque apparentemente inoffensive. L’uomo è continuamente soggetto ad affezioni, si attacca alle cose e sembra incapace di scrollarsele di dosso. E’ da questo punto di vista che guarda al messaggio, che lo ascolta. Impossessandosene! Non riesce a guardarlo dalla giusta distanza in maniera obbiettiva. Le affezioni che altro non sono che i vizi capitali, interrompono il circolo virtuoso della comunicazione, mi convincono che il destinatario del messaggio sia io e soltanto io. E tutta debba rimanere in me e per me soltanto. Non c’è risposta in definitiva o meglio ce n’è una parvenza: tecnicamente c’è risposta, ma a livello di contenuti il soggetto che risponde non parla rivolto all’altro ma per se stesso. Se c’è un messaggio che ci interroga ad esso dobbiamo rispondere, non a noi stessi e alle nostre intenzioni. La risposta deve essere centrata su i contenuti di cui la domanda è veicolo. La affezioni invece concentrano l’attenzione sull’effetto che la domanda provoca, genera in noi. Quello che cerchiamo di fare è rispondere e risolvere il problema del nostro stato d’animo, generatosi in noi in realtà, non alla ricezione del messaggio, ma precedentemente (il messaggio ha attivato qualcosa che già esiste nel nostro cuore! Non l’ha creata ex-novo). Provo a fare un esempio: il messaggio ci suscita invidia, è a quell’invidia che cerchiamo di rispondere. Ci giriamo attorno, finanche la coccoliamo, fingendo che non sia davvero così (figuriamoci io invidioso!), ma alla fin fine diamo una risposta “invidiosa”, cioè una risposta alterata dall’invidia, che si interroga su di essa, che la manifesta più o meno palesemente. Non è detto infatti che una risposta invidiosa sia la risposta di uno che “rosica” (così come dicono in maniera colorita qui a Roma), una risposta invidiosa può essere anche una risposta dissimulata che cela ad arte l’invidia. Qualunque essa sia, comunque essa è una risposta inappropriata. Poi naturalmente dipende dal grado o meno di diffusione di quella affezione, se tutto l’organismo ne è contaminato con metastasi diffuse. Oppure si tratta di una semplice macchiolina che può essere facilmente rimossa con la recita di una coroncina del rosario. E sì perché l’unico rimedio a questa opera di distruzione, di incomunicabilità messa in atto da Satana è la preghiera continua mediante la quale domandiamo aiuto alla Vergine Santa e a San Michele Arcangelo.  
 
Di Alberico Mattiacci (del 17/09/2008 @ 07:44:55, in Linguaggio , linkato 195 volte)
Sempre sul tema della Parola vorrei segnalare l’intervento di Benedetto XVI al Collegio dei Bernardini davanti alla Cultura francese (12 settembre). Potete leggere il testo integrale qui. La parte centrale della riflessione del Papa è proprio dedicata a questo importante tema. Prendendo le mosse dal significato e dal valore che la cultura della Parola aveva presso il monachesimo occidentale, Benedetto XVI fa alcune analisi la cui importanza vale la pena sottolineare. La prima riguarda lo sforzo indispensabile che va profuso nell’ indagare “i segreti della lingua” sforzo necessario e propedeutico per poter dare il via alla ricerca di Dio. Ma ascoltiamo le sue parole:
 
La ricerca di Dio richiede quindi per intrinseca esigenza una cultura della parola o, come si esprime Jean Leclercq: nel monachesimo occidentale, escatologia e grammatica sono interiormente connesse l’una con l’altra (cfr L’amour des lettres et le desir de Dieu, p. 14). Il desiderio di Dio, ledésir de Dieu, include l’amour des lettres, l’amore per la parola, il penetrare in tutte le sue dimensioni. Poiché nella Parola biblica Dio è in cammino verso di noi e noi verso di Lui, bisogna imparare a penetrare nel segreto della lingua, a comprenderla nella sua struttura e nel suo modo di esprimersi.
 
La seconda analisi che ci ha colpito, concerne l’interpretazione della Scrittura:
 
Possiamo esprimere tutto ciò anche in modo più semplice: la Scrittura ha bisogno dell’interpretazione, e ha bisogno della comunità in cui si è formata e in cui viene vissuta. In essa ha la sua unità e in essa si dischiude il senso che tiene unito il tutto. Detto ancora in un altro modo: esistono dimensioni del significato della Parola e delle parole, che si dischiudono soltanto nella comunione vissuta di questa Parola che crea la storia. Mediante la crescente percezione delle diverse dimensioni del senso, la Parola non viene svalutata, ma appare, anzi, in tutta la sua grandezza e dignità. Per questo il «Catechismo della Chiesa cattolica» con buona ragione può dire che il cristianesimo non è semplicemente una religione del libro nel senso classico (cfr n. 108). Il cristianesimo percepisce nelle parole la Parola, il Logos stesso, che estende il suo mistero attraverso tale molteplicità. Questa struttura particolare della Bibbia è una sfida sempre nuova per ogni generazione. Secondo la sua natura essa esclude tutto ciò che oggi viene chiamato fondamentalismo. La Parola di Dio stesso, infatti, non è mai presente già nella semplice letteralità del testo. Per raggiungerla occorre un trascendimento e un processo di comprensione, che si lascia guidare dal movimento interiore dell’insieme e perciò deve diventare anche un processo di vita. Sempre e solo nell’unità dinamica dell’insieme i molti libri formano un Libro, si rivelano nella parola e nella storia umane la Parola di Dio e l’agire di Dio nel mondo.
 
Almeno per il sottoscritto queste parole del Papa sono un balsamo refrigerante che svela e chiarisce un punto controverso e oggetto di discussione. Spesso da giovane mi domandavo: in che termini posso dire che la parola delle Sacre Scritture è Parola di Dio? E’ Dio stesso che scrive? E se non è lui che scrive ma l’uomo, in che termini posso parlare di Parola di Dio? Ecco la risposta chiara e rivelatrice fornitaci dal Papa.
 
 
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