CHIESA DOMESTICA
Siamo sotto assedio lo riconosco. Chiunque ha il dovere di farlo in questo momento storico. C’è un gruppo di fondamentalisti che semina terrore e intere popolazioni che stanno a guardare in silenzio, fiancheggiatori loro malgrado degli assassini. Questo semplificando quello che dal nostro punto di vista riusciamo a vedere del mondo arabo, quel mondo che professa in larga parte la religione islamica. Questi individui, per motivi religiosi, per motivi economici e per altri ancora hanno deciso che il loro modo di “dialogare” con noi occidentali è quello delle bombe. E probabilmente lo sarà finchè non avranno piegato definitivamente le nostre resistenze. Questo è un dato di fatto e chi prova a negarlo a mio avviso ignora l’invito che Gesù nel vangelo rivolge ai suoi a leggere i segni dei tempi. E così facendo falsifica la storia. Ora si tratta di capire (ed è a mio avviso l’unico problema serio da affrontare) quale risposta la nostra cultura riesca ad elaborare a fronte della irruenza di questo attacco.
La chiamata alle armi verbali o fisiche che siano, è la più facile e scontata. Si ricompattano facilmente i ranghi facendo appello ai valori di sempre, quelli inviolabili della tradizione. E un manipolo di crociati pronti a partire per la terra santa con il supporto della multimediale stampa amica, non si fa fatica certo ad organizzarlo. Per quanto corrotta e decadente la vecchia Europa ha ancora nel suo seno un anelito di purezza. Non fosse altro che per la sicurezza data dalla superiorità tecnologica costoro si sentirebbero obbligati a difendere il Santo Sepolcro armi alla mano. E di questi tempi se ci fosse ancora in giro qualche novello Goffredo di Buglione, qualcosina del genere si potrebbe anche organizzare. E non è detto che prima o poi a qualcuno non venga l’idea di farlo.
Proseguire sulla strada intrapresa della multiculturalità, della tolleranza, che equivale a dire dell’assenza di dialogo, e della mancata integrazione, sarebbe un suicidio bello e buono. La cultura laica, figlia della Rivoluzione Francese, ha fallito totalmente e l’EurArabia è il suo De profundis. Pensavamo di poter fare ancora i colonizzatori in casa nostra; senza scomodarci troppo un tocco di esotico non avrebbe certo guastato a pranzo e cena. Noi avevamo da offrire il vitello d’oro della nostra libertà e nessuno avrebbe avuto il coraggio di rifiutarlo. Un laico spesso è convinto della sua superiorità rispetto ad un uomo di fede e finisce per calpestarne i valori, per irriderli. Quello che è stato fatto con il cristianesimo, lo faremo anche con l’islam. Ossia sarà contaminato dal nostro laico nulla.
E infine c’è una terza, via quella inaugurata da Benedetto XVI. E si perché sarà proprio la religione cristiana a salvare il nostro laico occidente e non solo quello. Su questo non ci sono dubbi. Solo un uomo di fede può parlare ad un altro uomo di fede, guadagnarsi il suo rispetto e la sua stima e persuaderlo a cambiare strada. Ma non è solo questo, non è questione soltanto di aspetti formali. Benedetto XVI dicendo le cose che ha detto in questi ultimi giorni ha ratificato l’esistenza dell’Islam, lo ha trasformato in un interlocutore privilegiato. E questo senza rinunciare a ribadire il suo punto di vista. Senza rinunciare a fare le sue richieste ben precise.
Concludendo: le parole del Papa fanno davvero paura, perché aprono una breccia, una strada nel deserto dell’indifferenza e della barbarie. Chi vuole realmente dialogare è anche colui che ci mette in discussione (vedi post precedente). Meglio sarebbe per il fondamentalista radicale, un laico che con la sua tolleranza e il suo multiculturalismo lo ignori, del tutto o quasi, o un crociato pronto a combatterlo. Sarebbe comunque per lui una vittoria.
P.S. Dobbiamo tutti stringerci attorno al nostro Papa in questo momento con le preghiere. Fortemente…
Alberico
I risultati del dialogo non sono subito evidenti, soprattutto quando con fermezza uno dei dialoganti persegue una strada e pur nell’equilibrio dei modi e delle maniere, non toglie una virgola dal suo pensiero. Essere pronti all’ascolto non significa rinunciare alla Verità, rinunciare a dirla, a pronunciarla. Questa è la modalità di comunicazione che ha deciso di adottare Benedetto XVI nel confronto con l’Islam. Ai più, un simile modello, può apparire quantomeno inopportuno perché si presta a fraintendimenti. Ma io direi di più, la maniera di parlare del Papa è sgradita, fastidiosa e soprattutto diversa. L’alterità che la costituisce consiste nel fatto che essa non è facilmente catalogabile e si rivela in tutta la sua contraddittorietà. Così come appariva per Gesù, il mite agnello, che senza andarsele a cercare le occasioni per esporre il suo pensiero, quando veniva a trovarsi in un contesto comunicativo non indietreggiava di un passo.
Gli stolti direbbero che il Papa fa il doppio gioco, che è un ipocrita, un leone travestito da agnello; oppure potrebbero accusarlo di non avere abbastanza fegato per farsi promotore di una nuova crociata nucleare. Ma gli stolti appunto non conoscono Gesù.
Benedetto XVI sta dialogando sul serio, e dialogando pone domande, e al tempo stesso attende che gli vengano date risposte. Sembrerà strano ma la comunicazione è tutta qui: domanda e risposta. Non esistono altre modalità. Se ci incontriamo per parlare soltanto, non stiamo comunicando, se l’altro durante il dialogo non mi rivolge neppure una domanda (anche se sgradita) e non è interessato ad avere una risposta, ciò significa che non è interessato a me, alle mie parole. Se ci fate caso nel dialogo odierno, cioè come oggigiorno viene comunemente vissuto, le domande e le risposte svolgono una funzione accesoria, di routine potremmo chiamarla: Come stai? Bene grazie – E tua moglie e i tuoi figli? E il lavoro? Hanno valore formale, sono come una tiepida stretta di mano tra persone che in definitiva sono più contente quando si ignorano. Le nostre vite si sfiorano appena, eppure noi ci parliamo e ci raccontiamo come mai è accaduto nel passato.
Ecco il punto è proprio questo, capire cos’è dialogo e cos’è comunicazione. Quando arriva qualcuno a ricordarcelo ci troviamo spiazzati. Perché ormai o siamo anestetizzati affinchè non accada nulla quando si parla (gli occidentali) oppure ci aspettiamo che ogni volta debba accadere il finimondo (vedi appunto il mondo islamico).
Ci vorrà tempo prima che questo modo di dialogare di Benedetto XVI venga metabolizzato, e numerosi saranno ancora i fraintendimenti. Ma la strada è aperta e il seme è gettato. Stiamo guardando verso il futuro.
Alberico
I risultati del dialogo non sono subito evidenti, soprattutto quando con fermezza uno dei dialoganti persegue una strada e pur nell’equilibrio dei modi e delle maniere, non toglie una virgola dal suo pensiero. Essere pronti all’ascolto non significa rinunciare alla Verità, rinunciare a dirla, a pronunciarla. Questa è la modalità di comunicazione che ha deciso di adottare Benedetto XVI nel confronto con l’Islam. Ai più, un simile modello, può apparire quantomeno inopportuno perché si presta a fraintendimenti. Ma io direi di più, la maniera di parlare del Papa è sgradita, fastidiosa e soprattutto diversa. L’alterità che la costituisce consiste nel fatto che essa non è facilmente catalogabile e si rivela in tutta la sua contraddittorietà. Così come appariva per Gesù, il mite agnello, che senza andarsele a cercare le occasioni per esporre il suo pensiero, quando veniva a trovarsi in un contesto comunicativo non indietreggiava di un passo.
Gli stolti direbbero che il Papa fa il doppio gioco, che è un ipocrita, un leone travestito da agnello; oppure potrebbero accusarlo di non avere abbastanza fegato per farsi promotore di una nuova crociata nucleare. Ma gli stolti appunto non conoscono Gesù.
Benedetto XVI sta dialogando sul serio, e dialogando pone domande, e al tempo stesso attende che gli vengano date risposte. Sembrerà strano ma la comunicazione è tutta qui: domanda e risposta. Non esistono altre modalità. Se ci incontriamo per parlare soltanto, non stiamo comunicando, se l’altro durante il dialogo non mi rivolge neppure una domanda (anche se sgradita) e non è interessato ad avere una risposta, ciò significa che non è interessato a me, alle mie parole. Se ci fate caso nel dialogo odierno, cioè come oggigiorno viene comunemente vissuto, le domande e le risposte svolgono una funzione accesoria, di routine potremmo chiamarla: Come stai? Bene grazie – E tua moglie e i tuoi figli? E il lavoro? Hanno valore formale, sono come una tiepida stretta di mano tra persone che in definitiva sono più contente quando si ignorano. Le nostre vite si sfiorano appena, eppure noi ci parliamo e ci raccontiamo come mai è accaduto nel passato.
Ecco il punto è proprio questo, capire cos’è dialogo e cos’è comunicazione. Quando arriva qualcuno a ricordarcelo ci troviamo spiazzati. Perché ormai o siamo anestetizzati affinchè non accada nulla quando si parla (gli occidentali) oppure ci aspettiamo che ogni volta debba accadere il finimondo (vedi appunto il mondo islamico).
Ci vorrà tempo prima che questo modo di dialogare di Benedetto XVI venga metabolizzato, e numerosi saranno ancora i fraintendimenti. Ma la strada è aperta e il seme è gettato. Stiamo guardando verso il futuro.
Alberico
Home
Storico
Immagini
Preferiti
Autori
Contatti



Feed RSS 0.91
Feed Atom 0.3.png)


(p)Link
Commenti
Storico
Stampa