CHIESA DOMESTICA
Quanto dista la mia casa dalla Chiesa? Beh in termini di spazio davvero poco. Apro il portone del palazzo e mi ritrovo davanti il mio bel santuario mariano nel cuore di Roma. Un tipo tutto casa e chiesa si diceva un tempo! Ma la distanza reale che separa la mia casa dalla Chiesa è molta, troppa, alle volte rischia di apparire incolmabile. E così le case di molti di noi dalle relative parrocchie. E qui non si tratta solamente del solito adagio, “perché la Chiesa fa questo, e questo e quest’altro ancora” e “i preti sono così, dicono questo, fanno quest’altro”. Luoghi comuni triti e ritriti frutto di una propagandistica anticlericale che esisteva già ai tempi Gesù. Mi disse un giorno un santo sacerdote: La chiesa di oggi è uguale alla Chiesa che esisteva già ai tempi di Cristo. Come dire un apparato di potere ci è sempre stato e continuerà ad esserci. E se esistevano apparati di potere all’interno delle Sinagoghe c’erano anche coloro che le contestavano. Nulla di nuovo sotto il sole. La vita sociale e pubblica necessariamente risente di questi handicap. Forse per questo la parabola di Gesù solamente negli ultimi tre anni si fa pubblica, mentre per oltre trent’anni è privata, familiare, domestica. Tre anni di vita pubblica preparati dall’anonimato di trent’anni di vita trascorsa tra le mura di casa. In quella Domus Ecclesia ante-litteram che fu Nazareth. Il prototipo di tutte le future Chiese domestiche. Vogliamo comprendere dove e quando può compiersi la nostra vocazione cristiana? Guardiamo a Nazareth e a tutto ciò che essa significa. Per gli ebrei (come ha ricordato anche questa volta don David Maccari a Cascia), la casa, la famiglia avevano ed hanno un ruolo fondamentale (si pensi soltanto che per festeggiare la Pasqua, la festa per loro più importante, gli ebrei non vanno in Sinagoga ma la festeggiano in famiglia). Per noi è diverso, forse lo è stato sin dall’inizio, ma pare che non abbiamo ereditato una sufficiente cultura domestica dai nostri fratelli maggiori. Una cultura domestica che è religiosità, credo, fede autentica.
Converrete con me che il Sacro, la sacralità della vita si sperimenta lì dove si sperimenta anche l’amore. E la famiglia è il luogo deputato per questo. Lì dove invece le relazioni pubbliche presentano un tasso di opacità, formalità e fraintendimento a livello comunicativo sicuramente maggiore. La famiglia è il luogo, della libertà, della creatività, del dialogo intimo e segreto che è preghiera, dalla famiglia si parte per cambiare definitivamente il mondo. Per offrire ad esso la Salvezza. Una volta per sempre.
In definitiva quello che ognuno di noi si auspica a partire da adesso è che la distanza tra la famiglia laica e la Chiesa sacerdotale, venga colmata con una presa di coscienza e assunzione di responsabilità da parte della prima (la famiglia si trasforma a poco a poco in Chiesa Domestica) e con una maggiore vicinanza della seconda. Una prossimità che non è rinuncia al proprio ruolo, al proprio sacerdozio, ma accrescimento e rivitalizzazione dello stesso nel contesto che gli è più congeniale quello domestico e familiare. Una Eucarestia nelle famiglie e per le famiglie questo il futuro che ci auspichiamo.
Si fa tanto parlare della possibilità di dare ai preti la possibilità di sposarsi. Ma non mi pare questa la soluzione. I preti hanno bisogno non di farsi una famiglia ma di famiglie che li ospitino, del calore dell’accoglienza, per riscoprire l’autenticità della loro vocazione. Invece oggi li vedi come il tenente Giovanni Drogo ( Il deserto dei Tartari – Dino Buzzati), nei loro desolati avamposti in attesa di un nemico che non c’è e di un amico che tarda a raggiungerli. Sottomessi anch’essi al lento processo erosivo della secolarizzazione che logora tutta intera la società.
La cura delle famiglie, dei suoi componenti sempre più spesso oggi è affidata agli psicologi, alla loro tutela. Spesso sono gli stessi sacerdoti che decidono di ricorrere all’aiuto degli psicologi per risolvere le questioni più controverse o semplicemente per farsi affiancare nella gestione di un corso pre-matrimoniale o comunque rivolto alle coppie. Con tutto il rispetto per la disciplina, la Psicologia, e per chi la professa, gli Psicologi, credo che questa tendenza oltre a non produrre risultati eclatanti in termini di coppie che restano insieme e non si separano, sia anche in un certo senso dannosa. Non ho dati alla mano che possano avvalorare o smentire le mie affermazioni. Ma parto da un ragionamento molto semplice. Se esistono gli esperti della famiglia, non devo preoccuparmi perché risolveranno tutto loro. Non è necessario che diventi il protagonista della mia vita, e soprattutto il protagonista della mia famiglia. Non bastava il prete, adesso ad affiancarlo c’è una figura ulteriore di professionista dei problemi di coppia che sicuramente saprà fornirmi le risposte adeguate del caso. Continuiamo a vivere in un clima di assistenzialismo spirituale anzi la tendenza è ad accrescerlo contaminandolo magari con ciò che ha poco e niente di spirituale. Se la famiglia non la risano dal di dentro diventandone il protagonista, a prescindere dal prete a prescindere dallo psicologo, tutto ciò che faccio ha poco o per nulla senso. Andare a questi corsi diventa come un passatempo un modo per mettermi l’anima in pace con me stesso e con il prossimo. Non passa nulla, nulla si incarna. Il quotidiano viene problematizzato fino all’inverosimile oppure presentato sotto forma esperienziale per soddisfare il bisogno insito in tutti noi di raccontarci sempre e comunque. Si passano un paio di belle ore quando va bene, come una piacevole gita fuori porta con gli amici.
La forza della famiglia sta tutta nello stare unita, nel fare fronte comune alle avversità ed ai problemi. E’ una forza che nasce dal di dentro, dalla coesione dei suoi membri, dal condividere tutti un comune obbiettivo. E’ una forza che trae alimento dal silenzio e dalla preghiera, una forza che non si lascia intaccare dal mondo.E’ curioso e fa anche un po’ rabbia, vedere come nonostante tutti abdichino nei confronti della famiglia tradizionale e cristiana, poi vorrebbero al tempo stesso godere dei privilegi che sono concessi ai suoi membri. Vedi ad esempio la possibilità di fare la comunione.
In questo periodo storico non mi fanno tanto paura gli Zapatero o simili, loro fanno quello che debbono fare (dal loro punto di vista beninteso!), e lo fanno senza troppe ipocrisie. Quello che mi spaventa sono i cattolici, o presunti tali, la deriva che oramai hanno preso. Il tentativo di crearsi una Chiesa a propria immagine e somiglianza pur di non rinunciarci. Oppure la rassegnazione quasi disperata davanti al crollo inevitabile dei simboli e dei valori. Siamo arrivati ad accettare compromessi su compromessi: Meglio politici la cui vita privata non sia esemplare ma che al momento opportuno si facciano garanti dei nostri valori, piuttosto che il contrario… Oramai voliamo basso, troppo basso. Tra il moralista ipocrita e l’ipocrita opportunista, pare che non esista altro, ma solamente un vuoto, un abisso che niente e nessuno riesce a colmare.
Ma torniamo all’assunto iniziale. Il matrimonio cristiano, la famiglia cristiana, svuotata nella maggior parte dei casi di identità, resiste nell’immaginario comune come oggetto da museo, come esemplare raro, come sottospecie in via di estinzione da preservare nel migliore dei casi all’interno di una apposita riserva. Tuttavia conserva il suo fascino, mostrandosi come punto di riferimento inalienabile anche per coloro i quali oramai veleggiano lontani. E’ a partire infatti dalla famiglia tradizionale, naturale, cristiana, cattolica, che gli epigoni delle libertà moderne hanno elaborato nuove e attraenti combinazioni. Desiderando che ad esse si desse comunque il nome di famiglia.
Il senso del peccato, del bene e del male, è stato presente in tutte le generazioni che si sono succedete fino ad oggi e l’uomo ha sempre fatto in mondo di preservare la società civile da quanto appariva contrario al bene comune. Oggi si pretende di immettere all’interno del corpo vivo della società tutta la sporcizia che singoli individui e piccoli gruppi producono, di dargli asilo e di giustificarla. Il bene comune sostituito dall’interesse comune… Approccio questo pragmatico e concreto in linea con le esigenze della società moderna. Resta da domandarsi? Ma se ciò che è bene, è ciò che è utile, perché ci abbiamo messo tutto questo tempo a capirlo? Sembra tutto così evidente!
Ci si organizza in gruppi, per non rimanere soli o peggio isolati, si acquista potere mediatico, giornali, televisioni, internet (il potere della menzogna), e poi si diffondono idee create ad arte. Nel giro di pochi anni esse avranno influenzato l’opinione pubblica, anzi saranno esse stesse opinione pubblica. Non ne occorrono poi molte. Ne bastano poche, semplici ed efficaci.
E in un mondo siffatto si continuano a mettere le mani sulla famiglia. La si plasma a propria immagine e somiglianza, la si adatta alle esigenze del momento. Svecchiamento ed ammodernamento sembrano le parole chiave. C’è sempre meno tempo per vivere la vita domestica e familiare, ma ciò nonostante ci si rivolge ad essa come ad un amuleto. E si fanno tentativi, nuove e azzardate sperimentazioni, per ricordare a se stessi che nulla al mondo è senza famiglia, che tutti abbiamo fatto parte di una famiglia almeno per una volta nel corso della nostra esistenza.
A noi cattolici impenitenti lasciateci il privilegio e la responsabilità dei sacramenti voi continuate a godervi la giostra delle molteplici esperienze, fatte di sesso e di avventura, con la nostalgia di una famiglia che oramai non c’è più.
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