Mio Signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passar oltre senza fermarti dal tuo servo.

Genesi, 18,3

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CHIESA DOMESTICA

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\\ : Storico : Famiglia (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Alberico Mattiacci (del 03/09/2008 @ 12:06:39, in Famiglia, linkato 259 volte)

Quanto dista la mia casa dalla Chiesa? Beh in termini di spazio davvero poco. Apro il portone del palazzo e mi ritrovo davanti il mio bel santuario mariano nel cuore di Roma. Un tipo tutto casa e chiesa si diceva un tempo! Ma la distanza reale che separa la mia casa dalla Chiesa è molta, troppa, alle volte rischia di apparire incolmabile. E così le case di molti di noi dalle relative parrocchie. E qui non si tratta solamente del solito adagio, “perché la Chiesa fa questo, e questo e quest’altro ancora” e “i preti sono così, dicono questo, fanno quest’altro”. Luoghi comuni triti e ritriti frutto di una propagandistica anticlericale che esisteva già ai tempi Gesù. Mi disse un giorno un santo sacerdote: La chiesa di oggi è uguale alla Chiesa che esisteva già ai tempi di Cristo. Come dire un apparato di potere ci è sempre stato e continuerà ad esserci. E se esistevano apparati di potere all’interno delle Sinagoghe c’erano anche coloro che le contestavano. Nulla di nuovo sotto il sole. La vita sociale e pubblica necessariamente risente di questi handicap. Forse per questo la parabola di Gesù solamente negli ultimi tre anni si fa pubblica, mentre per oltre trent’anni è privata, familiare, domestica. Tre anni di vita pubblica preparati dall’anonimato di trent’anni di vita trascorsa tra le mura di casa. In quella Domus Ecclesia ante-litteram che fu Nazareth. Il prototipo di tutte le future Chiese domestiche. Vogliamo comprendere dove e quando può compiersi la nostra vocazione cristiana? Guardiamo a Nazareth e a tutto ciò che essa significa. Per gli ebrei (come ha ricordato anche questa volta don David Maccari a Cascia), la casa, la famiglia avevano ed hanno un ruolo fondamentale (si pensi soltanto che per festeggiare la Pasqua, la festa per loro più importante, gli ebrei non vanno in Sinagoga ma la festeggiano in famiglia). Per noi è diverso, forse lo è stato sin dall’inizio, ma pare che non abbiamo ereditato una sufficiente cultura domestica dai nostri fratelli maggiori. Una cultura domestica che è religiosità, credo, fede autentica.

Converrete con me che il Sacro, la sacralità della vita si sperimenta lì dove si sperimenta anche l’amore. E la famiglia è il luogo deputato per questo. Lì dove invece le relazioni pubbliche presentano un tasso di opacità, formalità e fraintendimento a livello comunicativo sicuramente maggiore. La famiglia è il luogo, della libertà, della creatività, del dialogo intimo e segreto che è preghiera, dalla famiglia si parte per cambiare definitivamente il mondo. Per offrire ad esso la Salvezza. Una volta per sempre.

In definitiva quello che ognuno di noi si auspica a partire da adesso è che la distanza tra la famiglia laica e la Chiesa sacerdotale, venga colmata con una presa di coscienza e assunzione di responsabilità da parte della prima (la famiglia si trasforma a poco a poco in Chiesa Domestica) e con una maggiore vicinanza della seconda. Una prossimità che non è rinuncia al proprio ruolo, al proprio sacerdozio, ma accrescimento e rivitalizzazione dello stesso nel contesto che gli è più congeniale quello domestico e familiare. Una Eucarestia nelle famiglie e per le famiglie questo il futuro che ci auspichiamo.

Si fa tanto parlare della possibilità di dare ai preti la possibilità di sposarsi. Ma non mi pare questa la soluzione. I preti hanno bisogno non di farsi una famiglia ma di famiglie che li ospitino, del calore dell’accoglienza, per riscoprire l’autenticità della loro vocazione. Invece oggi li vedi come il tenente Giovanni Drogo ( Il deserto dei Tartari – Dino Buzzati), nei loro desolati avamposti in attesa di un nemico che non c’è e di un amico che tarda a raggiungerli. Sottomessi anch’essi al lento processo erosivo della secolarizzazione che logora tutta intera la società.

 
Di Alberico Mattiacci (del 31/08/2008 @ 12:05:31, in Famiglia, linkato 195 volte)
San Paolo con Aquila e PriscillaLa cura delle famiglie, dei suoi componenti sempre più spesso oggi è affidata agli psicologi, alla loro tutela. Spesso sono gli stessi sacerdoti che decidono di ricorrere all’aiuto degli psicologi per risolvere le questioni più controverse o semplicemente per farsi affiancare nella gestione di un corso pre-matrimoniale o comunque rivolto alle coppie. Con tutto il rispetto per la disciplina, la Psicologia, e per chi la professa, gli Psicologi, credo che questa tendenza oltre a non produrre risultati eclatanti in termini di coppie che restano insieme e non si separano, sia anche in un certo senso dannosa. Non ho dati alla mano che possano avvalorare o smentire le mie affermazioni. Ma parto da un ragionamento molto semplice. Se esistono gli esperti della famiglia, non devo preoccuparmi perché risolveranno tutto loro. Non è necessario che diventi il protagonista della mia vita, e soprattutto il protagonista della mia famiglia. Non bastava il prete, adesso ad affiancarlo c’è una figura ulteriore di professionista dei problemi di coppia che sicuramente saprà fornirmi le risposte adeguate del caso. Continuiamo a vivere in un clima di assistenzialismo spirituale anzi la tendenza è ad accrescerlo contaminandolo magari con ciò che ha poco e niente di spirituale. Se la famiglia non la risano dal di dentro diventandone il protagonista, a prescindere dal prete a prescindere dallo psicologo, tutto ciò che faccio ha poco o per nulla senso. Andare a questi corsi diventa come un passatempo un modo per mettermi l’anima in pace con me stesso e con il prossimo. Non passa nulla, nulla si incarna. Il quotidiano viene problematizzato fino all’inverosimile oppure presentato sotto forma esperienziale per soddisfare il bisogno insito in tutti noi di raccontarci sempre e comunque. Si passano un paio di belle ore quando va bene, come una piacevole gita fuori porta con gli amici.
Il messaggio che non arriva in questi incontri, a coloro che vi prendono parte, è che il luogo in cui va profuso l’impegno non è la sala parrocchiale che ci ospita, ma le mura domestiche. Lo si dice a parole che è così ma nei fatti non si forniscono gli strumenti adeguati perché questo accada. E questo perché ormai siamo tutti più o meno spaesati all’interno delle mura domestiche e non sappiamo che pesci prendere, cosa somministrare ai nostri figli (televisione, internet? E in che misura?). Tutto il contesto culturale è estraneo se non contrario alla famiglia a cominciare dal modo di intendere il lavoro, le aspirazioni personali o collettive. E noi ci muoviamo in questa palude, sopravviviamo quando va bene, anneghiamo il più delle volte.
Se la famiglia fosse sana non avrebbe bisogno di alcuna ribalta, non avrebbe bisogno di esperti che la soccorrono dall’esterno, ma la famiglia non è sana, è solo ed abbandonata. C’è un movimento che sospinge tutti i componenti ad uscire da essa, la famiglia è allargata, separata, confusa. Per sopravvivere ha bisogno di trasformarsi, di cambiare pelle, di rinunciare alla propria integrità. Tutti i componenti le sono estranei, non la vivono, proiettati come sono in un ipotetico domani in cui veder realizzati i propri sogni e le proprie aspirazioni. Non c’è l’abitudine di incontrarsi, di pregare insieme qui ed ora, in mezzo alle difficoltà che ci assediano.
Per risanare il tessuto familiare occorre agire dall’interno, dalle mura domestiche. Dobbiamo riappropriarci di ciò che ci appartiene (bellissima questa frase pronunciata a Cascia da don David Maccari!). Ciascuno di noi deve farlo. Trasformando la propria famiglia in una Chiesa Domestica. Dobbiamo riscoprirci protagonisti della nostra storia e lavorare perché le nostre famiglie possano trasformarsi in lampade accese, visibili ad altre famiglie ed assieme illuminare di nuova luce le nostre città. Ma il tutto non può prescindere da una analisi svolta a partire dal territorio domestico, da una analisi “fatta in casa”, che poco alla volta rivaluti, riscopra ciò che è propriamente suo e inverta la rotta (non più da dentro a fuori, ma da fuori a dentro). Tiratevi dentro le famiglie, tirateci dentro tutto ciò che alla famiglia è stato rubato sottratto e nascondetecelo, imitando la quotidianità di Nazareth così come bene aveva intuito Charles de Foucauld.    
 
Di Alberico Mattiacci (del 24/07/2008 @ 09:53:41, in Famiglia, linkato 186 volte)
Il tradimento è un rinchiudersi in se stessi ed agire contro la relazione. Se la nostra infatti è una vita di relazione, una vita che si compie a livello privato e sociale alla luce del giorno, il tradimento costituisce una minaccia per tutto ciò. In nome della libertà personale, libertà di innamorarsi, libertà di provare certe emozioni, si mette a rischio tutto il tessuto di relazioni pre-esistenti, lo si ferisce a volte irrimediabilmente. Non solo: ci si ferisce, rispetto ad esso e si apre la strada per un non ritorno.
Chi tradisce infatti pensa di poter ritornare senza che sia accaduto nulla. L’unico problema è che il partner non lo venga a sapere. Poniamo il caso che ciò accada. Che cioè il marito o la moglie non si accorgano di nulla. Ebbene il tradimento, la ferita, se lo porta dentro chi lo compie. E’ lui a questo punto la vera minaccia per la famiglia. Perché per quanto lo desideri non può più ritornare come se nulla fosse successo. Da quel momento in poi non sarà più lo stesso/a. Questo nel caso in cui beninteso il traditore voglia “rincasare”. E non sto a questionare naturalmente quanto può essere moralmente riprovevole un simile atteggiamento. Sarà un cane randagio che non ha ottenuto il perdono ma che soprattutto non ha intenzione di domandarlo. Una bomba innescata pronta sempre ad esplodere alla prima occasione. Il traditore è un terrorista che attenta alla stabilità della famiglia, un masochista che distrugge ciò che gli appartiene, quanto con l’aiuto del Signore era stato edificato.
La leggerezza con cui oggi tutto ciò viene vissuto, quasi il tradimento fosse un bene di prima necessità da consumarsi tra sms e chat la dice lunga sul senso di de-responsabilizzazione della nostra società. Non si ha davvero la percezione di ciò che si compie, di ciò che determinati atti innescano. Si coglie la vertigine del momento, supportata da un senso di potenza, di novità: tutto è possibile in un mondo fatto di migliaia di possibilità. E gli oggetti esposti come merce vanno provati tutti, assaggiati, gustati. L’uomo e la donna, non più come l’amante e l’amato; nemmeno più regge infatti la giustificazione dell’amore, salvo rare eccezioni; ma merce sessuale di cui servirsi al momento opportuno. L’un l’altro vicendevolmente, scambievolmente. Ci si lascia usare e si usa. Per dare forma e vita ad amicizie sessuali che rappresentano l’ultima perversa frontiera del sesso. Sesso utile, “produttivo”, che ci si illude non faccia male e non danneggi nessuno, inserito com’è nelle maglie della vita di tutti i giorni.
E la famiglia è assaltata, circondata, anzi già ferita nell’interno perché magari uno dei suo membri è caduto nella rete e irrimediabilmente il processo di lenta e corrosiva degradazione è già in atto. Come salvarla?
 
Di Alberico Mattiacci (del 17/07/2008 @ 10:19:06, in Famiglia, linkato 188 volte)
La forza della famiglia sta tutta nello stare unita, nel fare fronte comune alle avversità ed ai problemi. E’ una forza che nasce dal di dentro, dalla coesione dei suoi membri, dal condividere tutti un comune obbiettivo. E’ una forza che trae alimento dal silenzio e dalla preghiera, una forza che non si lascia intaccare dal mondo.
Nelle nostre case (è questa la minaccia più grave!) è penetrata una cultura contraria alla famiglia, una cultura del frastuono veicolata dai mass-media. Foraggiata dal consumismo, dal desiderio di successo, dalla smania di apparire. Anche quando diciamo di esserle contrari, ne siamo inconsapevolmente attratti ma soprattutto ne riproduciamo i meccanismi che la alimentano. La nostra fede, il nostro cristianesimo ne è contaminato. E per certi versi è giusto che sia così, siamo figli dei nostri tempi e ne rispecchiamo nel bene e nel male i tratti culturali dominanti. Ma assieme a questo, oltre questo dovrebbe trasparire dalle nostre parole, dalle nostre azioni, un qualcosa che ci faccia riconoscere, che ci distingua. Non possiamo stare adagiati e appiccicati al mondo come chiunque altro. Un cristiano svetta, e a farlo svettare è la testimonianza di Cristo Risorto. Verace testimone egli è di una storia di sofferenza e di riscatto, di una storia di salvezza. Una vicenda aperta che continua da 2000 anni. Un Evento che ha cambiato le sorti dell’umanità.
Tutto questo ci gira attorno e dentro e ogni tanto ne gustiamo i frutti  Perché il regno di Dio è in mezzo a voi!”. Nella realtà esiste un'altra realtà alla quale è doveroso conformarsi se è la pace che cerchiamo, se è all’amore di Dio che vogliamo assimilarci. Ma è una realtà questa che potrà svelarsi solamente e interamente, se saremo capaci di assecondarla, di viverla, di consentirle di abitarci.
Viceversa vedremo doppio in ogni cosa, in ogni evento che vivremo. Vedremo e vivremo secondo il mondo, sognando di vivere secondo la legge di Dio. Solo quando la Grazia sarà esplosa e avrà diffuso i suoi aromi raggiungendo ogni più piccola parte del nostro corpo, allora, solamente allora, saremo testimoni della Luce, della Gioia, dell’Amore di Dio.
Un racconto, una narrazione, una storia che si svolge di generazione in generazione, seguendo il ritmo naturale delle stagioni, i cicli di morte e nuove nascite. Tramandandosi di bocca in bocca, di padre in figlio, da quel primo mattino in cui le donne trovarono vuoto il sepolcro e gridarono agli apostoli: E’ Risorto
 
Di Alberico Mattiacci (del 09/07/2008 @ 07:39:22, in Famiglia, linkato 348 volte)

E’ curioso e fa anche un po’ rabbia, vedere come nonostante tutti abdichino nei confronti della famiglia tradizionale e cristiana, poi vorrebbero al tempo stesso godere dei privilegi che sono concessi ai suoi membri. Vedi ad esempio la possibilità di fare la comunione.

In questo periodo storico non mi fanno tanto paura gli Zapatero o simili, loro fanno quello che debbono fare (dal loro punto di vista beninteso!), e lo fanno senza troppe ipocrisie. Quello che mi spaventa sono i cattolici, o presunti tali, la deriva che oramai hanno preso. Il tentativo di crearsi una Chiesa a propria immagine e somiglianza pur di non rinunciarci. Oppure la rassegnazione quasi disperata davanti al crollo inevitabile dei simboli e dei valori. Siamo arrivati ad accettare compromessi su compromessi: Meglio politici la cui vita privata non sia esemplare ma che al momento opportuno si facciano garanti dei nostri valori, piuttosto che il contrario… Oramai voliamo basso, troppo basso. Tra il moralista ipocrita e l’ipocrita opportunista, pare che non esista altro, ma solamente un vuoto, un abisso che niente e nessuno riesce a colmare.

Ma torniamo all’assunto iniziale. Il matrimonio cristiano, la famiglia cristiana, svuotata nella maggior parte dei casi di identità, resiste nell’immaginario comune come oggetto da museo, come esemplare raro, come sottospecie in via di estinzione da preservare nel migliore dei casi all’interno di una apposita riserva. Tuttavia conserva il suo fascino, mostrandosi come punto di riferimento inalienabile anche per coloro i quali oramai veleggiano lontani. E’ a partire infatti dalla famiglia tradizionale, naturale, cristiana, cattolica, che gli epigoni delle libertà moderne hanno elaborato nuove e attraenti combinazioni. Desiderando che ad esse si desse comunque il nome di famiglia.

Il senso del peccato, del bene e del male, è stato presente in tutte le generazioni che si sono succedete fino ad oggi e l’uomo ha sempre fatto in mondo di preservare la società civile da quanto appariva contrario al bene comune. Oggi si pretende di immettere all’interno del corpo vivo della società tutta la sporcizia che singoli individui e piccoli gruppi producono, di dargli asilo e di giustificarla. Il bene comune sostituito dall’interesse comune… Approccio questo pragmatico e concreto in linea con le esigenze della società moderna. Resta da domandarsi? Ma se ciò che è bene, è ciò che è utile, perché ci abbiamo messo tutto questo tempo a capirlo? Sembra tutto così evidente!

Ci si organizza in gruppi, per non rimanere soli o peggio isolati, si acquista potere mediatico, giornali, televisioni, internet  (il potere della menzogna), e poi si diffondono idee create ad arte. Nel giro di pochi anni esse avranno influenzato l’opinione pubblica, anzi saranno esse stesse opinione pubblica. Non ne occorrono poi molte. Ne bastano poche, semplici ed efficaci.

E in un mondo siffatto si continuano a mettere le mani sulla famiglia. La si plasma a propria immagine e somiglianza, la si adatta alle esigenze del momento. Svecchiamento ed ammodernamento sembrano le parole chiave. C’è sempre meno tempo per vivere la vita domestica e familiare, ma ciò nonostante ci si rivolge ad essa come ad un amuleto.  E si fanno tentativi, nuove e  azzardate sperimentazioni, per ricordare a se stessi che nulla al mondo è senza famiglia, che tutti abbiamo fatto parte di una famiglia almeno per una volta nel corso della nostra esistenza.

A noi cattolici impenitenti lasciateci il privilegio e la responsabilità dei sacramenti voi continuate a godervi la giostra delle molteplici esperienze, fatte di sesso e di avventura, con la nostalgia di una famiglia che oramai non c’è più.  

 
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