Mio Signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passar oltre senza fermarti dal tuo servo.

Genesi, 18,3

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CHIESA DOMESTICA

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\\ : Storico : Cultura (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Alberico Mattiacci (del 30/05/2009 @ 09:06:02, in Cultura, linkato 239 volte)
Quando sento qualcuno che parla di valori, che si riempie la bocca con la parola valori provo un senso di fastidio e di disagio. Fastidio e disagio che aumentano in maniera esponenziale quando assieme all’abusato sostantivo si utilizza l’improbabile aggettivo “valoriale”. Ho subito l’impressione che il mio interlocutore mi voglia buggerare. E la reazione istintiva, stizzosa, sarebbe quella di dire “Io non ho valori non me ne frega niente di avere valori. Soprattutto quei valori che tu vai mercificando. “ Ma poi mi calmo e provo a ragionare.
I valori nascono dalla prossimità con Cristo. Non sono un valore assoluto i valori. Hanno ragione di essere in quanto espressione di una relazione intima e feconda con la divinità. Semplificando avere dei valori significa amare Cristo e il prossimo, con lo stesso amore con il quale siamo stati amati per primi. Un cristiano queste cose le sa, naturalmente, istintivamente, per grazia, per fede. Nel vivere civile e sociale però dove la prossimità con Cristo troppo spesso viene bandita o risulta comunque assente, ci si sente in dovere, non di offrire esempi concreti di tale relazione, palpabili, visibili a tutti, ma di mettere sul piatto gli effetti che essa produce: fedeltà, responsabilità, tolleranza, ecc. ecc..
Si staccano dalla vite i tralci e si tenta di trapiantarli altrove, con la convinzione che possano ugualmente dare frutti. Ecco la grande eresia dei nostri tempi: la chiesa dei valori. Tante belle parole prive del terreno che le rese feconde, che diede loro la vita. Si pensa di poter gestire i frutti della vigna senza più ricorrere al vignaiolo, ai sacramenti. “Mio caro Gesù, tanto ormai ci siamo fatti furbi e certe cose le sappiamo anche anche da soli, anche senza il tuo aiuto.” Possiamo mettere su una chiesa ipocritamente perfetta e moralista su cui sventola il vessillo dei valori. E fingere di non essere più peccatori o di non esserlo mai stati.  
L’attacco che sta subendo la Chiesa da alcuni decenni a questa parte è tremendo. Nei secoli passati era stata duramente avversata, ma non si era mai tentato di rubargli la Verità di cui è depositaria nel tentativo di cambiarla definitivamente di segno. Adesso è dall’interno che si cercano di erodere le fondamenta. Si tenta la scalata al soglio Pontificio. E a sferrare questo attacco è una cultura all’interno della quale oramai siamo immersi, viviamo, molto spesso inconsapevolmente. Una cultura dalla quale oramai non sappiamo più difenderci, perché ne siamo impregnati, chi più chi meno, un po’ tutti.
La stessa cultura che addita il peccatore come un uomo senza valori, dimenticando però che proprio in quanto peccatore ad esso è riservato un canale preferenziale nel rapporto con Cristo “IO NON SONO VENUTO A CHIAMARE DEI GIUSTI, MA DEI PECCATORI” Matteo 9, 13. “Che fastidio questi cristiani, così umani, così troppo umani, che continuano a peccare e pare che il cielo gli riservi chissà quali privilegi” verrebbe voglia di spazzarli via, di cancellarli per sempre dalla faccia della terra. Non hanno riserbo, sono chiassosi, fastidiosi, come un esercito di cicale.
Il giusto dal canto suo, impastato di lievito farisaico, giudica questo “privilegio” del peccatore in maniera affatto negativa, “E’ privilegiato perché ha più bisogno, se non avesse bisogno come il sottoscritto non sarebbe privilegiato”. Egli non riesce a riconoscere nella preferenza accordata da Gesù al peccatore un’altra verità: ossia il peccatore possiede l’umiltà che piace a Gesù, l’umiltà che deriva dal riconoscimento e dalla consapevolezza della propria condizione. L’essere giusti non è sinonimo di santità, come non lo è l’essere peccatori impenitenti. Ma è dal riconoscere la propria condizione di peccatori, dal constatare di essere sempre bisogni di aiuto, dal domandare ad ogni istante attraverso la preghiera, il supporto della fede e della grazia divina, che ci si incammina per il cammino di santità. Il peccatore non si spoglia della propria umanità, ma la riveste di una corazza per intraprendere la lotta contro il peccato. Non indossa una maschera per fingersi giusto e mettersi in bocca belle parole su questo o quest’altro valore.
 
Di Alberico Mattiacci (del 06/05/2009 @ 12:51:54, in Cultura, linkato 309 volte)

E’ naturale che per un non credente esista solamente la prevenzione materiale, di quella spirituale non sa che farsene. Tanto più che quest’ultima contrasta con la precedente, annullandone i presunti benefici. Chi è convinto che per combattere l’AIDS in Africa, e negli altri continenti ci sia bisogno del preservativo, non riesce a capacitarsi del perché la Chiesa avversi l’unico valido strumento di prevenzione, ad oggi, nelle mani dell’uomo, per far fronte a questa malattia. Il problema viene affrontato nella sua fase finale, non si cerca di risalire a monte, alle sue possibili cause per tentare di curare alla radice. E’ un dato di fatto, afferma la vulgata più diffusa, esistono certe abitudini sessuali dell’uomo o della donna naturali o innaturali che siano, che a lungo andare possono portare a contrarre questa malattia. Ma non possiamo interrogare l’uomo dicendogli “Cosa stai facendo?” “Dove stai andando?” perché sarebbe un limitare la sua libertà, ci limitiamo a constatare che la situazione è questa e riempiamo il continente di profilattici. Quanti ne voleva mandare la Spagna di Zapatero? Ahahahahah permettetemi una risata liberatoria.

La Chiesa si preoccupa di applicare un altro tipo di prevenzione, la prevenzione contro il peccato, si carica sulle spalle il fardello di un oneroso privilegio (la fede gli è stata data perché altri potessero conoscere Cristo e la salvezza che da Lui proviene) e dice rendiamoci conto che questa malattia è conseguenza di abitudini sessuali improprie e che contraddicono quella che dovrebbe essere la normale relazione uomo donna, il fine per cui essi sono stati creati e per cui essi scelgono di unirsi per completarsi a vicenda: l’amore che genera, che da vita e non solo spirituale ma reale, concreta, in carne ed ossa. Ebbene tutto ciò è scomodo, terribilmente scomodo e fastidioso. Eppure dovremmo cominciare a renderci conto che la prevenzione spirituale dovrebbe essere tanto più necessaria di quella materiale. Spirito e materia hanno dato vita alla realtà umana, affinché possano armonizzarsi c’è bisogno che cada il loro dualismo e si raggiunga un nuovo equilibrio. E’ sul legno della croce che tutto ciò è accaduto e continua ad accadere, nell’offerta di sé che Gesù Cristo nostro Signore ha compiuto per noi. L’uomo nuovo nasce lì per quanto scandaloso possa apparire.

Chi è che ha bisogno di un esercito di ammalati spirituali da guarire? Non certo Cristo. E’ vero che è venuto per i peccatori ma ne avrebbe fatto volentieri a meno se le cose fossero andate diversamente. Non facciamoci trarre in inganno da Satana. Daccordo a Pasqua diciamo "O felix culpa, quae talem ac tantum meruit habere Redemptorem! Ma ciò non significa che per meritarci ad ogni passo della nostra esistenza la Grazia, dobbiamo continuare a peccare. O che, più siamo peccatori, più siamo meritevoli di Grazia. Credere questo significa aggiungere masochismo e perversione alla nostra miserevole condizione di peccatori. Peccatori infatti non lo si diventa lo si è. Lo si è fin dalla nascita e non possiamo pensare che sia in nostro potere dirimere la questione del peccato, a seconda delle stagioni, quantitativamente e qualitativamente. Oggi ho fatto un peccatuccio, domani magari me ne scappa uno più grande ma poi quando viene il tempo di quaresima… Chi non è buono per Dio, per tutte le stagioni, non è buono neanche per gli uomini.

Caratteristica del peccatore è la sua inconsapevolezza, l’essere dentro una gabbia e non accorgersi del male che fa a se stesso e agli altri. Ora oggi, siamo arrivati al punto in cui il peccatore vorrebbe far passare la sua logica per legittima, imporre la sua capacità di modulare e gestire il peccato e questo è agghiacciante. Un vero e proprio delirio di onnipotenza. Che minaccia le fondamenta della Chiesa. Bisogna sempre guardarsi dal veleno del peccato che si insinua nella dottrina della fede e non confonderlo con la misericordia infinita a cui si è tenuti nei confronti del peccatore. Forse qualcuno vorrebbe che al posto degli ex voto ci fossero in chiesa targhe a ricordo dei peccati commessi? Non il ricordo della Grazia ricevuta ma quella dell’errore commesso? Non è dagli errori che si impara, si impara davvero quando abbiamo superato l’errore. Quando l’errore è alle nostre spalle e non c’è più niente o nessuno che ci spinga a ripeterlo.

 
Di Alberico Mattiacci (del 20/04/2009 @ 10:08:56, in Cultura, linkato 264 volte)

In una società in cui la cultura della prevenzione tenta di affermarsi ovunque, (prevenzione contro i tumori, contro i terremoti, contro le malattie cardiovascolari, contro gli incidenti d’auto, contro gli incendi, ecc. ecc..) sembra che soltanto la chiesa non abbia il diritto di prevenire i danni spirituali che il peccato può arrecare all’uomo.

 

Dobbiamo metterci bene d’accordo o la cultura della prevenzione è una grande mistificazione che serve solamente ad arricchire le tasche di chi se ne fa promotore nei vari ambiti del vivere civile, oppure ha diritto di esistere anche la prevenzione nel campo spirituale. Personalmente credo che l’esasperazione di un tale tipo di cultura non giovi a nessuno, la realtà è così imprevedibile e bizzarra che per quanta prevenzione si possa attuare ci sarà sempre qualcosa o qualcuno che ci lascerà spiazzati ed inermi. Detto questo, ciò non toglie che la cultura della prevenzione se applicata con rigore e per tempo produca indubbi benefici in termini di scampato pericolo. Soprattutto con il tempo andrà a produrre un nuovo abito, un nuovo costume di vita, che renderà l’individuo maggiormente pronto e consapevole di affrontare l’eccezionalità del caso.

 

Oggi alcuni vorrebbero che la chiesa dicesse in campo spirituale sempre e comunque si al peccato, “tanto siamo peccatori continuiamo pure a farlo”. Non si capisce quale profonda differenza esista tra il dire: “la nostra è una chiesa fatta anche di peccatori” e “la nostra è una chiesa peccatrice”. Se la chiesa fosse peccatrice tutto ahimè sarebbe perduto, a rigor di logica dovremmo concludere che peccatore sarebbe stato lo stesso Gesù Cristo. Satana vorrebbe che giungessimo a questa conclusione e per fare ciò ci mischia le carte a dovere.

 

La chiesa nei confronti del peccato è sempre vigilante, sempre in lotta fosse anche con le armi dell’amore e della non violenza. La chiesa dice no al peccato, senza si e senza ma. E questo a prescindere dal fatto che colui che ha pronunciato a gran voce il no debba un giorno rimanere o meno prigioniero delle sue maglie. La caduta è dietro l’angolo, ma la caduta va sempre evitata e necessariamente deprecata. L’individuo invece fatto salvo o salvato o comunque aiutato a tornare sulla retta via.

 

Ora arriviamo al punto. Accettare il preservativo da parte della Chiesa sarebbe come dire: peccate pure fratelli senza problema alcuno! Tanto si sa che esiste il peccato è inutile cercare di combatterlo, prima o poi si cade tutti. Arrendentevi! Che è il contrario del monito evangelico Vigilate! Il preservativo non è il simbolo del peccato, ma è simbolo di uno stile di vita che a livello spirituale è peccato. E allora chi lo usa non si salva? Non è detto, probabilmente si salva più di chi non è ha fatto mai uso. Ma non è questo il punto. E’ come se un medico dicesse ad un paziente: tu stai bene ma preferisco che ti ammali così posso curarti. Questa non è misericordia è perversione. Chi vuole una chiesa di ammalati per poi curarli è un eretico non è figlio di Dio.

Continua
 
Di Alberico Mattiacci (del 15/11/2008 @ 12:56:34, in Cultura, linkato 212 volte)
I nostri pensieri sono fatti per la relazione appartengono agli altri. Siamo tutto ciò che doniamo nulla di più. A volte ci teniamo addosso una identità scolpita con qualche parola; poca cosa a dire il vero. Il meglio lo diamo se diventiamo protagonisti della nostra vita e ci mettiamo in gioco per gli altri, a loro favore. Solo allora scopriamo quale è il nostro autentico valore, non prima. Nella capacità di donare tutto noi stessi. Nella radura, nello spazio che si apre, all’interno del quale si attua il nostro intervento. E’ come un precipitare nella vita vera, autentica, reale.
L’essere per gli altri infatti è qualcosa di più di una possibilità offerta all’uomo, esso è costitutivo della sua stessa natura. Eppure ciò nonostante ci comportiamo come se vivessimo da soli, per noi stessi e contro gli altri. La relazione che è vita, la sfruttiamo per ricavarne forza, energia, ma non sappiamo più mantenerla, coltivarla, accrescerla. Si pensi ad esempio alla relazione uomo-donna! Il tessuto relazionale è per sua stessa natura fonte di generosità, di creatività, ci fa stare bene; tutti assieme siamo una potenza.
Oggi siamo incapaci di rinnovare le energie, sappiamo solamente come sfruttarle, abbiamo elaborato sistemi sofisticati ed efficienti, ma non permettiamo più all’amore di essere Amore, perché in definitiva pretendiamo di tenere sempre tutto sotto controllo. Si costruiscono relazioni al solo scopo di ricavarne profitto e piacere.  L’uomo non se ne accorge ma è poco più di una maschera parlante, i cui pensieri stanno attaccati ad un Io che fa acqua da tutte le parti, si sgretola, va in mille pezzi. Negare la natura relazionale della nostra esistenza ci porta a questo, a privarci dell’unica identità possibile, ossia quella per gli altri. L’offerta eucaristica (Gesù Cristo vero Dio e vero Uomo che si offre per noi, per la nostra salvezza), oltre ad essere un dono fonte di Grazia inestimabile è anche una indicazione precisa per concepire in modo nuovo la relazione.
 
Di Alberico Mattiacci (del 03/11/2008 @ 12:05:07, in Cultura, linkato 226 volte)
Chi è stato il primo uomo a pensare che le nostre preghiere potessero produrre un qualche effetto sulla vita dei defunti? Chi glielo ha suggerito? Oggi (2 novembre) pensavo questo mentre ascoltavo l’omelia del sacerdote tutta incentrata sull’odierna festività: i defunti. Due domande apparentemente inutili ma che a mio avviso racchiudono una verità importante.
Come può l’uomo con le sue sole forze pensare a qualcosa che non sia terreno, che non sia concreto e pratico è davvero un mistero. Ma un mistero che ci svela però la natura non finita dell’uomo e lo proietta in una nuova e sconosciuta dimensione infinita. Insomma se fossimo progettati solo per la terra la nostra preoccupazione per i defunti sarebbe solamente materiale. Un po’ come avvenne con l’editto napoleonico di Sant Cloud del 1804 che diede lo spunto a Foscolo per scrivere i suoi Sepolcri. Preoccupazioni igienico-sanitarie e logistiche, niente altro. Di questo è giusto che si preoccupi l’intelligenza dell’uomo. Poi certo la memoria, gli affetti, ma tutto in una dimensione rigorosamente terrena. Insomma la visita al cimitero fa più bene a noi che a loro, ci consola in fin dei conti.
Da qui a concepire che l’amore nostro per loro e il loro per noi vince la morte, tanto da continuare ad influire sulle vicende di entrambi, è davvero un bel salto. Un atto di fede bella e buona che ci svela una dimensione relazionale che va oltre ogni nostra più rosea previsione e ci mostra una storia della salvezza in continuo sviluppo, capace di travalicare i limiti imposti dalla morte.
Ebbene tutto questo una mente progettata unicamente per vivere in questo mondo come avrebbe potuto pensarlo? Nella terra non c’è alcun segno di tutto ciò. Dove l’ha appresa questa scienza metafisica? Non vi pare che il senso comune e la comune esperienza e il comune ragionamento, se ce ne fosse ulteriore bisogno, ci danno continue prove dell’esistenza di Dio e del suo infinito Amore?
 
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