CHIESA DOMESTICA
Mi si ripete in questi giorni la frase: I cattolici non sono il mondo! Affermazione che contiene il corollario: le tue idee vanno bene e ancor più andrebbero bene se il mondo fosse solo di cattolici. Insomma dovrei rinunciare a far conoscere Cristo Verità. Un cattolico in nome della tolleranza, del rispetto delle altre culture, idee e credenze dovrebbe starsene buono in disparte e aspettare la fine dei suoi giorni. Per paura di risultare sgradito, di apparire intollerante, ostinato nelle sue idee. Oppure confinare la sua religione unicamente nella sfera privata e dimenticarsi di Cristo quando si trova in una dimensione sociale e questo perché la sua fede se improvvisamente dichiarata e manifestata potrebbero risultare d’inciampo alla relazione.
Il problema è che ci la pensa così, suo malgrado, si muove in una dimensione di relativismo e tenta di imporre quella che il Santo Padre chiama la dittatura del relativismo. Non esiste verità ma solo punti di vista e tutti si trovano sullo stesso piano. Purtroppo per voi la Verità esiste, e non è la mia, bensì la Verità è Cristo. E si tratta di scegliere se stare lontani o nei pressi di questa Verità. Se innamorarsene oppure no. Chi se ne innamora chi la “fa sua”, non se ne sta nascosto in disparte per non dare fastidio a chi la pensa diversamente da lui, ma desidera che tutti la conoscano, che tutti sappiano della sua storia d’amore. Non è così forse che accade quando ci innamoriamo tra noi essere umani? Relativizzare la Verità in nome della tolleranza e del rispetto del punto di vista altrui, significa privarla della sua forza e drammaticità. Chi la pensa così non ama Cristo, non è pronto a dare la sua vita per lui.
E non si tratta qui di prendere la spada in mano e di partire per le Crociate, ma di non ridurre e banalizzare la Verità a tre o quattro parole chiave (tolleranza, assistenza, impegno sociale, amicizia, misericordia ecc. ecc.) valide per ogni tempo e per ogni luogo. La complessità e la contraddittorietà della Verità, la sua ricchezza possono comprendersi solamente attraverso una prossimità, una vicinanza assoluta ad essa. E questo è un evento che va ripetuto, rinnovato, giorno dopo giorno, per prima cosa mediante i sacramenti. Negare tutto questo, l’importanza cioè dei sacramenti e per primo quello dell’Eucarestia, non metterlo in pratica, non viverlo, spinge all’ateismo, all’indifferenza, oppure a crearsi una pseudo religione, fondata su pseudo valori. Una religione umanitaria lontana dalla Verità. Alberico
Nella terra dei viventi non possiamo relazionarci come se stessimo parlando a dei fantasmi. Dobbiamo credere che essi siano vivi e sforzarci per quanto ci è possibile di acquisire la consapevolezza di partecipare ad un evento reale. Ma come? Il corpo, la carne evidentemente non ci sono, e questo è un dato di fatto. Ma tutto il resto c’è. Ossia la parola, l’amore con cui ci guardano e sorridono. Nutrirsi di questa idea non significa cibarsi di fandonie, quanto piuttosto abituare la mente a sondare l’insondabile per ricavarne una nuova prospettiva. Sono pensieri sottili che richiedono sforzo, il massimo sforzo da parte nostra. Un impegno totale. Se sono impegnato ad alimentare le mie passioni, la realtà spirituale mi sfuggirà, mi sfuggirà questo legame che c’è tra questa e la vita che verrà. Le grazie ci allargano sempre, ci allagano di gioia. E ci obbligano a cambiare la prospettiva con cui guardiamo alla realtà. Sono irruzioni del divino nell’umano, che hanno la funzione di riportarci a stretto contatto con la nostra vera identità. Verrebbe da dire c’è grazia per tutti, basta cercarla, invocarla. Dobbiamo essere ghiotti di infinito per potercene cibare veramente.
Ecco allora che quando penso a Gesù, non devo cercare di trattenerlo nei miei pensieri e girarlo e rigirarlo, ma mettermi in ascolto. E lui mi parlerà. Non una ma cento volte, perché se lo eleggo come mio amico, lui non mi negherà la sua amicizia, mai.
Camminare assieme, in compagnia. Gesù-persona e non Gesù-pensiero. Se penso a Gesù, vuol dire che non me lo immagino reale accanto a me. Poniamoci una domanda: preferiamo pensare alle persone che amiamo, oppure averle accanto? La cultura del 900, in primis quella poetica, ha celebrato l’amore come assenza, come separazione come distacco. Ma le radici di questa visione affonda ancor più lontano, pensiamo ad esempio alla sola poesia provenzale, dalla cui esperienza si è sviluppata parte della nostra tradizione lirica. Ebbene era necessaria sempre una certa distanza al poeta vassallo per celebrare la donna amata. Questa visione è giunta fino ai nostri giorni, inducendoci a credere che sia meglio il ricordo e la malinconia di ciò che è stato o che poteva essere, alla realtà presente di ciò che è. L’amore umano evidentemente soffre di questo deficit, da solo, per se stesso, non può giungere alla felicità, senza immaginare di averla già persa o di doverla perdere da un momento all’altro. Si consola così, pregustando la sua rovina, la transitorietà del tempo. E così facendo stringe un’alleanza segreta con la morte, affinché lo inghiotta una volta per tutte ( Denis de Rougemount nel suo magnifico libello L’amour et l’Occident queste cose le ha descritte magistralmente).
Con Cristo è diverso, se smettiamo di pensarlo come si pensa all’amata nella tradizione occidentale, e decidiamo di viverlo, di vivere la sua presenza, per prima cosa nell’eucarestia, l’arricchimento e la gioia saranno garantiti. La sua intrusione nel reale, in quella piccola fetta che ci riguarda e nel tutto, sarà totale e definitiva. E l’esistenza sarà redenta e riscattata. Alberico
I bambini nei libri ci vogliono entrare con tutti i piedi, non si limitano a leggerli. Non gli basta. Vogliono farsi protagonisti della storia. Viverla sulla loro pelle. Allo stesso modo loro trattano con Gesù facendoselo loro amico. Perché nella storia che egli racconta, nella vicenda di riscatto e redenzione che li riguarda, vogliono entrarci a piene mani. Quasi vogliono sentirsi un tantino eroi e attirare l’attenzione su di loro. Ma soprattutto desiderano essere utili a qualcuno. Non posso accettare infatti di essere ignorati. Messi in disparte, fuori dal gruppo.
La mente del bambino è portata a rivivere una storia da protagonista; stare dentro al sogno è la sua forza, è il suo divenire storico, rappresenta la sua crescita. Ora se il sogno che gli si propina non è congeniale alle sue attese più profonde (e qual è l’aspettiva, il bisogno di un bambino se non quello di vivere, vivere, senza che mai nulla abbia fine?) il bambino ad un certo punto smetterà di sognare. Gli passerà la voglia di rivivere, di stare dentro le cose e sceglierà di stare affacciato alla finestra ad osservare gli altri, oppure cercherà di ottundere la sua naturale predisposizione all’imitazione. Predisposizione che costituisce per lui la via primaria all’apprendimento. La singolarità infatti si manifesta nell’esattezza dell’imitazione, nello sforzo di riprodurre una capacità, una competenza al meglio delle proprie possibilità. Quanto è fondamentale quindi un modello di vita nelle varie fasi della nostra esistenza terrena, quanto fondamentali sono i dati culturali che noi in continuazione assimiliamo. Tutto questo ci condiziona ma non nella misura che noi crediamo. Il modello Cristo, la sua imitazione, non passa certo di moda con il variare delle epoche storiche, ma esso può essere abilmente oscurato, dal principe di questo mondo. Egli continuamente tenta di nasconderci l’accesso alla porta del paradiso. Ci pone davanti ostacoli che appaiono insormontabili e fa tutto per sviarci dal nostro obbiettivo primario.
Tutto questo processo comincia appunto quando siamo bambini e più pronti a slanciarci a seguire eroicamente il nostro eroe. Ebbene ci dicono subito, parenti e amici che Cristo non è il nostro eroe, non è da imitn esempio da imitare perché perdente. Ci convincono di questo. E lo fanno non in maniera diretta, il che sarebbe un vantaggio, perché produrrebbe una reazione immediata e contraria alle loro parole. Solo per fargli dispetto, oppure più semplicemente per affermare la nostra personalità, saremmo capaci di diventare suoi seguaci. Ci contaminano con il mondo perché loro stessi per primi ne sono contaminati, e finiscono al di là delle parole devote e pie per propinarci valori, credenze e passioni che a poco a poco ci allontanano da Cristo. Dall’irrefrenabile desiderio di imitarlo, di vivere fino infondo, fino alla croce la sua vita “eroica”.
Oggi la favola di Gesù, la più bella, nessuno vuole più che si racconti. Dopo l’oscuramento si tenta la falsificazione, mettendo in giro storie menzognere che nulla hanno a che fare con la narrazione autentica dei fatti. Il desiderio di imitare e rivivere viene pilotato verso paradisi artificiali, verso effimeri mondi privi di speranza. O meglio con l’unica speranza che per qualche nascosto decreto divino in quelle false storie, in quelle fiction, possa nuovamente manifestarsi la presenza dell’eroe buono e soprattutto si abbiano ancora cuore, occhi e orecchie capaci di avvertirla e una volontà tale di abbracciare lui e la sua vita totalmente. Auguriamoci che per grazia di Dio il bambino che è in ciascuno di noi non muoia mai. Potrebbe essere l’ultima ancora di salvezza.
Alberico
Cristo è con noi, sempre. E se a volte non riusciamo ad essere consapevoli della sua presenza, è perché in noi il senso spirituale è sopito del tutto o quasi. Sommerso sotto una coltre di parole. La vita scorre senza che io la pensi!
Dovrebbe essere questo per tutti noi, un punto di partenza irrinunciabile. Sono sempre in ritardo quando penso la vita, quando rifletto su un avvenimento. Anche adesso che sto scrivendo sono in ritardo. E’ come se finissi su un binario morto e ritrovo la strada unicamente nel dialogo con l’Altro. Allora dovrei parlare da mattina a sera con Gesù, intrattenermi con il Risorto. E’ lui che mi riattiva, che da sostanza alle mie parole che altresì sarebbero un mero esercizio letterario. La vita è amore e l’amore è relazione tra persone diverse. E’ la relazione con Cristo che mi sostanzia. Divento passeggero del treno della vita, piantato tutto nel mio corpo, perché nel mio corpo finalmente alberga Cristo. E’ come se non mi voltassi più indietro a guardare il paesaggio che lascio alle spalle, non ne ho più bisogno.
La risposta di Cristo è umanamente pervasiva, “Amore”, lo senti ripetere; qualunque cosa io dica, su qualunque argomento lo interroghi, lui ribatte colpo su colpo, con quella unica parola, che racchiude tutte le altre e ti infonde pace e consolazione. Esci da te stesso, dalle tue idee, dai tuoi pensieri e lasci che lui ti rivesta del suo corpo. Te lo senti addosso, fatto di luce e nuova carne. Perché senza quel corpo tu non puoi risorgere. Lui è risorto non tu. Lui è risorto anche per te. E tu per mezzo di lui puoi risorgere. Il risorto ha preparato il corpo della resurrezione che ciascuno di noi può indossare.
Ma occorre stare stretti, vincolati a Cristo, farsi Cristo totalmente, interamente, perché altresì potremo solamente vantarci, di averne parlato nel corso della vita di Cristo, senza però conoscerlo. Nel recinto non cadono perle per i porci. Cristo ha scavato una via gioiosa, portando sulle spalle il peso dei nostri peccati ha riaperto la strada che dalla terra conduce al cielo. Lui è la strada. E noi percorrendola percorriamo la via della salvezza. Ma deve essere una via totale, una via nella quale lasciamo le nostre impronte, se è necessario il nostro sangue. Non deve essere solamente una via pensata e desiderata a distanza. Immaginate un tappeto che ci rimproveri di non averlo calpestato, di non aver desiderato riposare i nostri piedi stanchi su di lui. “Potevi servirti di me se ne avevi voglia. Invece sei stato lì tutto il tempo a guardarmi e ad impedire che altri potessero anche loro usarmi per riposare.” C’è una bella differenza tra lo stare stesi su un tappeto e adagiarsi invece sul pavimento freddo sognando un morbido bukara che ci riscaldi. Soprattutto d’inverno.
Ecco qual è il problema: la via della salvezza è a portata di mano. E’ lì per tutti noi. Ma preferiamo assistere alla rappresentazione televisiva o cinematografica della Passione di Cristo. Siamo come le donne di Israele che assistono alla salita al monte Calvario e al più versano qualche lacrima. Si commuovono. Ma di seguirlo se ne guardano bene. E pensare che quel tappeto una volta saliti sopra avrebbe svelato loro tutti i suoi poteri magici.
Alberico
E’ tutta un'altra storia la vita al fianco di Cristo. C’è solo il suo corpo a tutela del nostro, della sua irrimediabile deperibilità. C’è da domandarsi come una realtà così diversa, così altra rispetto a quella terrena giunga fino a noi, con l’intento di riscattarla, di redimerla. Qui non stiamo parlando di realtà che si assomigliano e che finiscono per assimilarsi l’una all’altra. Qui parliamo di un contesto spirituale completamente estraneo al peccato e che pure ad esso guarda come ad una possibilità nuova di vita e redenzione.
Prendiamo ad esempio la ragione, questo mirabile strumento di cui l’uomo è dotato. Ebbene esso in un contesto di peccato è completamente assoggettato alle passioni, presta loro la voce, perdendo tutta la sua ragionevolezza. Guai a dire però ad un peccatore che non sta ragionando, perché il suo orgoglio lo spingerà a dimostrare a tutti i costi il contrario. E a rigor di logica egli dice il vero, perché la ragione ancora funziona anche se provata da lunga sofferenza; è ostinata, caparbia fino all’inverosimile e quello che ha perduto in prontezza e acume lo ha guadagnato in forza e determinazione . L’unico problema è che essa non è asservita a Cristo e alla volontà del Padre. Qualcosa o qualcuno è venuta a turbarla nei momenti di gioia e spensieratezza, proprio quando si sentiva meglio, forte, pronta, ricettiva, suggerendole di inseguire una certa impresa che inizialmente aveva tutto il sapore della novità e della conquista, ma rivelatasi poi un inganno infernale. La trappola della libertà che ad arte il demonio organizza. Un invito a sporgersi, ad alzare la testa, per farsi notare. Seguendo l’impulso irrefrenabile della natura, delle passioni. E dietro a quel fiuto, a quell’odore forte di fisicità, di mondo, se la ragione ha perso e smarrito il gusto dello spirituale c’è poco o nulla da fare. Come una bestiolina affamata seguirà il suo istinto, anzi lo raffinerà. Troverà per esso giustificazioni, mostrando così che si tratta pur sempre dell’istinto della razza superiore del mondo animale.
E’ proprio perché ha da rifletterci l’uomo che si condanna da solo. Ha avuto da pensarci sulla sua animalità troppo a lungo che ha finito per ricavarne teorie bislacche, che non l’aiutano più a governarla, a gestirla nel giusto modo. E arriviamo al punto; ragionare non è pensare, non è adagiarsi in un inconcludente mumble mumble senza trovare una soluzione al problema. Ragionare equivale a rendere ragione della realtà, rendere ragione della relazione intervenuta tra noi ed essa, il tutto in funzione della risoluzione di quei problemi, che ci si parano di volta in volta davanti. Giorno dopo giorno.
In un simile contesto la cultura appare come un lusso. Ma un lusso potremmo dire inevitabile, necessario. La ragione infatti da sola non basta, per essere operativa necessita dell’amore. E quando l’amore non c’è non c’è ragione che tenga. Ma solo idee, teorie, pensiero insomma. Chi ama ragiona, chi non ama pensa e insegue tutta la vita l’amore scrivendo romanzi e poesie. La cultura è l’espressione più alta della ricerca dell’amore. E ci sono prodotti culturali in sintonia con questa definizione. Altri si occuperà il tempo di cancellarne la memoria.
Alberico
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