Mio Signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passar oltre senza fermarti dal tuo servo.

Genesi, 18,3

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CHIESA DOMESTICA

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\\ : Storico : Chiesa (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Alberico Mattiacci (del 09/04/2010 @ 10:29:10, in Chiesa, linkato 62 volte)

Quando si ragiona a proposito del peccato quello che manca è spesso la prospettiva temporale, il prima e il dopo. Facciamo un esempio concreto: so ad esempio che un ragazzo ha deciso di separarsi dall’attuale moglie perché ha conosciuto un’altra donna. Ebbene dal momento in cui ne vengo a conoscenza di questa notizia quale deve essere il mio comportamento?

1) Come cattolico ho una piattaforma di riferimento, che è la legge mosaica non posso ignorarla. La piattaforma mi serve a riconoscere il peccato non a condannare il peccatore. Capisco cioè, facendo riferimento ad essa, che quella è un’azione che non va commessa. Da quel momento mi attivo, ho il dovere di farlo affinché il ragazzo torni su i suoi passi e cambi idea. E’ una battaglia irrinunciabile per un credente. A seconda della mia prossimità con esso (parente, amico, conoscente,) studiando la strategia comunicativa migliore, ho il dovere di uscire allo scoperto e dare testimonianza. Se non lo faccio non posso dirmi realmente cristiano. Se non rischio in questa vicenda tutto me stesso vuol dire che ho ancora molto da imparare. E questo è il Prima, il tempo della lotta del combattimento, un tempo in cui non ci si può trincerare dietro idee false e inutili come “il rispetto delle idee altrui” il “lasciare gli altri liberi di decidere da soli”; questo modo di pensare non giova al malato, ma serve solamente a noi per crearci un alibi che mascheri la nostra inadeguatezza, la nostra tiepidezza. Serve a preservare il nostro piccolo mondo, il nostro orizzonte dall’irruzione dell’alterità.

2) Nonostante il mio intervento e quello di altre persone la separazione ineluttabilmente si consuma e ad essa seguirà a distanza di qualche tempo il divorzio. Ebbene una volta che questo scenario si è definitivamente delineato ecco che si profila all’orizzonte il tempo del Dopo. Il tempo del dopo è il tempo della Misericordia, senza si e senza ma. Il tempo in cui la legge trova definitivamente il suo compimento. Il nostro fratello ha commesso il peccato ma noi non lo condanniamo, anzi se è possibile ci facciamo a lui più prossimi, più vicini. Ci riconosciamo prima di lui e come lui peccatori, ma soprattutto facciamo in modo che in un momento di crisi e difficoltà si senta amato, profondamente amato, dello stesso amore misericordioso che Gesù Cristo nostro Signore ha profuso verso l’umanità dalla Croce: “Padre perdonali perché non sanno quello che fanno!”. Un amore senza ombra di giudizio, di ironia, un amore che consola, che guarisce, che resuscita dalla morte. Perdono e misericordia che aprono la strada alla vita eterna.

Sono molti i cattolici che oggi si schierano col prima e molti che si schierano col dopo, semplificando (e mi viene da sorridere!) potremmo definire i cattolici di destra quelli del prima, i cattolici di sinistra quelli del dopo. Entrambi abdicano ad una dimensione spazio-temporale, la evitano, la ignorano, la tralasciano. Pongono l’accento solamente sul prima o solamente sul dopo. A destra non sanno cosa siano misericordia e perdono, a sinistra non hanno mai imparato a combattere per difendere con la vita il proprio credo e i propri valori, sono inermi, inaffidabili, mettono a rischio e repentaglio le basi della dottrina barattandola con il pensiero della modernità e post-modernità.

In un cattolico autentico, prima e dopo coesistono, c’e tempo e spazio per vivere entrambi, per la difesa dei propri valori, della dottrina, della propria fede (la legge non può essere mai garantista!) e c’è tempo e spazio per il compimento, per il perdono, per l’amore misericordioso, rigenerante (l’amore misericordioso è un atto concreto, spontaneo, personale, totalmente libero, gratuito, eccessivo, sovrabbondante, colmo di grazia, privo di logiche economiche e mercantilistiche, è un dono…)

Credo che molti conflitti, che oggi sono presenti all’interno della chiesa, troverebbero una pacifica soluzione se tutti noi (me per primo!) fossimo capaci di approfondire questi aspetti della nostra fede, la loro co-presenza. Il prima e il dopo, la lotta e il perdono, la legge e la misericordia… è in questa contraddizione che si è svolta la vicenda storica di Gesù Cristo nostro Signore, solo ricomponendola in noi stessi, vivendola con il giusto equilibrio potremmo essere capaci di una nuova e più proficua unità. E per questo, per l’unità dei cristiani, dei cattolici in special modo, sento di rivolgere la mia supplica alla beata sempre Vergine Maria…

 
Di Alberico Mattiacci (del 19/01/2008 @ 15:06:00, in Chiesa, linkato 231 volte)

seguendo in tv la notte di natale la messa del papa...

La gerarchia, la "pompa magna" di certe celebrazioni hanno lo scopo di segnare la distanza non tra noi e loro quanto piuttosto tra l’umano e il divino. Una distanza che nonostante l’incarnazione o proprio grazie a quella, non scompare ma si manifesta in tutta la sua evidenza. Quell’incensare non è un rendere omaggio ai potenti della terra papa e cardinali inclusi quanto piuttosto un rendere omaggio a Dio e a Gesù Cristo suo Unigenito figlio.
Se la terra fosse stata il fine ultimo della missione di Cristo egli l’avrebbe totalmente riscattata. La sua missione sarebbe conclusa e risolta. E anche la divinità si sarebbe esaurita e appagata in tutto e per tutto nell’umano. Non avendo altro a cui pensare che realizzare gli obiettivi e le necessità umane, perché interamente divini.
Invece siamo costantemente chiamati a spingere lo sguardo oltre, a passare attraverso l’umano per raggiungere il divino. Una tensione che ci guida verso un compimento di là da venire. I cui frutti cominciamo già a godere in questa terra.
Se esauriamo il divino totalmente nell’umano, facendoci prendere dalla smania di democratizzarlo, di renderlo accessibile a tutti semplificandolo, socializzandolo, politicizzandolo, finiamo per ritrovarcene privi. Privi di mistero, privi di energia, di stimoli, di autentiche novità. Ma soprattutto lo imprigioniamo, lo rendiamo schiavo delle nostre passioni, lo mettiamo al servizio di un padrone tiranno: il nostro Io.
Cristo è venuto per farci liberi, autenticamente liberi, e noi lo gettiamo in prigione e gettiamo la chiave.
L’invito quindi che la Chiesa cattolica ci rivolge attraverso quello che potremmo definire il suo “apparato”, si pensi ad esempio alla sontuosità di certe celebrazioni, alla loro ritualità, ha il fine di spingerci a guardare oltre. Se devo rappresentare un mondo altro diverso dal mio, un mondo che immagino davvero bello, lo faccio con quanto di più prezioso possiedo nel mio: tessuti, oro, pietre preziose. Non sto celebrando il mio mondo infatti, ma sto rendendo omaggio al mondo del divino. Che poi tutto ciò umanamente venga interpretato da molti di coloro che vi partecipano come segno di sfarzo e di potere, occasione per fare sfoggio, e recepito allo stesso modo dalla maggioranza della popolazione, non cambia la sostanza di un rituale millenario, di una tradizione che guarda da secoli al mondo divino come una fonte di sostentamento e di salvezza per il genere umano.

Alberico

 
Di Alberico Mattiacci (del 27/03/2007 @ 07:21:00, in Chiesa, linkato 220 volte)

Non ha l'ottimo artista alcun concetto / c'un marmo solo in sé non circonscriva / col suo superchio, e solo a quello arriva / la man che ubbidisce all'intelletto" (Michelangelo Buonarroti Rime 151, vv. 1-4).

La Chiesa è così com’è, così come l’ha voluta Cristo: perfetta nella sua imperfezione. Formata da peccatori in odore di santità...
Tutti i membri della Chiesa, compresi i suoi ministri, devono riconoscersi peccatori. (303) In tutti, sino alla fine dei tempi, la zizzania del peccato si trova ancora mescolata al buon grano del Vangelo. (304) La Chiesa raduna dunque peccatori raggiunti dalla salvezza di Cristo, ma sempre in via di santificazione:
« La Chiesa è santa, pur comprendendo nel suo seno dei peccatori, giacché essa non possiede altra vita se non quella della grazia: appunto vivendo della sua vita, i suoi membri si santificano, come, sottraendosi alla sua vita, cadono nei peccati e nei disordini, che impediscono l'irradiazione della sua santità. Perciò la Chiesa soffre e fa penitenza per tali peccati, da cui peraltro ha il potere di guarire i suoi figli con il sangue di Cristo e il dono dello Spirito Santo ». (305)
Catechismo della Chiesa cattolica 827
Molti la vorrebbero più misericordiosa, capace di abbracciare un maggior numero di peccatori, di concedere loro asilo. Ma non si rendono conto che fino ad un certo punto del cammino di redenzione è il peccatore a non accettare la Chiesa non viceversa, è lui a chiamarsi fuori. Anzi contro. Ispirato infatti dal demonio che è consapevole dei benefici che un’anima ricaverebbe dal sentirsi parte integrante della Chiesa, egli pone l’accento sulla propria individualità, sulla propria distanza, da un organismo che appare unicamente per ciò che non è.
Fa sorridere quindi l’idea di una Chiesa progressista. E’ chiaro che l’ansia di essere accolto spinga il peccatore ad immaginarsi di dover scavare un posto che sia fatto su misura per lui. Ma l’errore sta nel fatto di credere che quel posto non esista ancora. Cristo invece è morto anche per me, per prepararmi un posto all’interno del suo Corpo Mistico. Nella Chiesa il mio posto c’è già, c’è la mia nicchia, senza che mi faccia prendere dall’ansia riformista di dover cambiare il mondo, di dover cambiare la Chiesa. Il mio apporto è già previsto e tanto più sarà vivificante ed originale quanto più sarà in sintonia con tutti gli altri membri che compongono il Corpo, senza volersi porre necessariamente in evidenza come eccezione.
Riformare è diventato sinonimo di dare nuova forma, riplasmare, togliendo del vecchio e immettendo del nuovo. E pare che se non si riforma in tale maniera, si è conservatori. Papa Benedetto XVI ci sta dimostrando invece esattamente il contrario. Dare nuova forma, quindi riformare, così come faceva Michelangelo Buonarroti, equivale per lui a “levar materia”, a togliere ed eliminare ciò che si è accumulato impropriamente nel corso degli anni e rischia di soffocare il Corpo vivo della Chiesa. Un corpo che c’è già e che non va modificato geneticamente con gli apporti del pensiero relativista e moderno. Ma preservato e fatto risplendere nella sua luce ed integrità.

Alberico 

 
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