Mio Signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passar oltre senza fermarti dal tuo servo.

Genesi, 18,3

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CHIESA DOMESTICA

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La dimora delle parole, del dialogo intimo e segreto tra un Io e un Tu, della comunicazione responsabile tra adulti e bambini.


 
Di Alberico Mattiacci (del 24/09/2009 @ 14:05:28, in Linguaggio , linkato 174 volte)
Questo mondo e l’altro mondo, quello che ci attende dopo la morte, sono due mondi incomunicabili tra di loro. Non usano cioè lo stesso strumento comunicativo ossia la parola. Quindi l’incomunicabilità non riguarda i contenuti, è un fatto solamente per così dire tecnico.
Noi sappiamo notizie dell’altro mondo, ce lo dicono la Bibbia e poi i Vangeli; ogni cristiano sa cosa l’attende dopo la morte. Ma non riesce ad immaginarsi cos’é questo dopo, non ne ha esperienza e quindi in un certo senso non lo conosce. Deve fidarsi o meglio affidarsi alla Parola di Dio contenuta nei Libri Sacri.
E questo basta, è sufficiente. E’ la parola di Dio il vero Stargate per l’altro mondo. E’ Cristo, Parola che si è fatta carne, che ci indica la via. Altro non abbiamo e altro non ci serve. E non lo abbiamo non per un dispetto del Padreterno, ma perché non si possono travalicare le leggi della natura. In questo mondo con questa struttura del nostro corpo, con questa nostra antropologia, il mezzo più potente a disposizione è la parola, e su tutte le parole la Parola di Dio che si fa carne. Sono strumenti potentissimi e sufficienti a veicolare qualsiasi messaggio anche quello della salvezza e della resurrezione. Se non ci crediamo è un problema nostro, se non riusciamo ad interpretare il suo codice è perché non siamo in grado di farlo. E’ perché qualcosa o qualcuno disturba la nostra ricezione.
L’altro mondo è già presente quindi in mezzo a noi, questo mondo ne è un riflesso nel bene e nel male. Nel senso che qui noi già sperimentiamo cosa saranno inferno, purgatorio e paradiso. Lo facciamo con i mezzi che abbiamo a disposizione, un corpo ed il suo linguaggio. Poi lo faremo in una maniera così diversa, che questo corpo e questo linguaggio ci risulteranno del tutto incomprensibili.
Mi viene in mente la parabola del ricco Epulone che chiedeva il permesso per scendere sulla terra ad avvertire quelli della sua famiglia che continuavano a vivere nel peccato. “Hanno i profeti” se non credono a loro a chi altro potranno credere. Ad uno spettro forse? Ad un morto vivente?
E sintomatico che l’uomo sia alla ricerca sempre di eventi straordinari, di letture fantastiche e fantasiose, che possano appagare il suo desiderio dell’aldilà, e questo lo spinge a popolare il suo universo di creature bizzarre ed improbabili, che puntualmente però vengono umanizzate per ciò che concerne il linguaggio e la comunicazione, verbalizzate.
Ebbene nell’altro mondo le tecniche di comunicazione che conosciamo non funzionano, sono inutili, lo sforzo non è a dire e a fare, ma ad essere consapevoli che le cose stanno così come stanno. La visione è più alta se volete più onnicomprensiva e abbraccia una dimensione spazio temporale di proporzioni vastissime, o meglio si ferma ad abbracciare quell’orizzonte che si è costruito sulla terra, in questo mondo, con la propria vita.
La parola è svuotata del suo potere creativo, della sua forza, della sua vitalità; o porta con se qualcosa, e allora può ritenersi salva, immersa nella consapevolezza dell’amore di Cristo, oppure e totalmente vuota, perché ha bruciato e consumato tutto. Così l’uomo, così la sua anima.
Quando si muore i giochi sono fatti; ecco perché la vita è una grande meravigliosa ed unica opportunità per edificare la dimora per l’eternità. Dopo non avremo più le parole per farlo, a meno che qualcuno non ci ricordi nelle sue preghiere. Non ci spinga avanti nuovamente con la Parola che vince la morte.  
 
Di Alberico Mattiacci (del 17/07/2009 @ 09:28:13, in Linguaggio , linkato 144 volte)
 Il passato: grumi verbali e poi non c’è niente nient’altro che parole? Ma allora siamo solamente parole? Dove è finito il corpo nel passato, il corpo del passato? Il corpo nel passato non c‘è più. E questo forse perché è proprio della natura del corpo vivere solo ed esclusivamente nel presente. Un mucchio di parole che preparano il corpo che dovrà ancora venire. Sostantivi verbi, locuzioni intere frasi, periodi… e il soffio, il soffio vitale che con il passare degli anni si va sempre più affievolendo. Tutto questo e nulla più è l’uomo, l’umano. Parole parole e parole….e un corpo che non resiste agli anni che non può fare la differenza perché finisce per non esistere più. Poi tornerà ad essere polvere. Ma allora dov’è la salvezza, dove la differenza?
Nel luminoso corpo di Cristo, imperituro, nel farci sempre più simile a lui. O finire nel nulla o finire in braccio a Cristo. L’inferno è un cumulo di parole rancorose, inutili, inutilizzabili, vuote. L’inferno è essere disincarnati per sempre. Un nome gettato nella solitudine, abbandonato. Dio non voglia mai per nessuno.
Oppure l’approdo, la terra promessa. Messaggeri che vengono dal futuro ad informarci, con parole che danno vita, pace, serenità. Ricostituiremo noi stessi in Cristo, attingendo a lui, alla sua linfa. Abbiamo cominciato a farlo. E non è più presente, in Cristo tutto già è futuro, il tempo, futuribile, realizzabile. Deve venire e verrà, come cosa certa. Il tempo realizzabile è il tempo di Cristo, il tempo, che senza se e ma, si realizzerà, con fede incrollabile. Gesù è uno scatto in avanti, rispetto alla normale percezione temporale. E’ una direzione altra, diversa, che curva verso il cielo e si allontana in un baleno anni luce dalla terra
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Di Michele Corso (del 25/06/2009 @ 11:41:24, in La parola, linkato 199 volte)

 Allora il Signore Dio disse al serpente: "Poiché tu hai fatto questo, sii tu maledetto più di tutto il bestiame e più di tutte le bestie selvatiche; sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita. Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno".

Siamo davanti alla più eloquente prova di come la Parola può divenire Genesi Antropologica della condizione umana. Il Peccato Originale, l’aver avuto accesso alla Conoscenza del Bene e del male, è divenuto Antropologia, ovvero condizione iscritta nel DNA, sia spirituale sia fisico, dell’Umanità. La Parola e la Verità in Essa contenuta, se scelta o rifiutata, producono predisposizione, attitudine alla realtà conseguente alla scelta. Si diventa quel che si sceglie e si sceglie quel che si vuole diventare… Quindi la Parola diviene Indicazione e Occasione che ci viene data per vedere riqualificata, in noi, quella realtà che ci viene presentata o il suo esatto contrario… E così avvenne per l’Umanità quando Dio, dopo aver condannato l’Uomo la Donna e il Serpente, scacciò la prima coppia umana dal Paradiso Terrestre o dalla condizione che esso rappresentava. Poi, Adamo si unì ad Eva ed ella partorì un figlio maschio e lo chiamò Caino e poi ancora partorì e nacque Abele… in essi vi era già iscritta geneticamente la scelta, il Bene e il male potevano divenire predominanti nell’uno o nell’altro in conseguenza del movimento che i desideri avrebbero orientato nella scelta… Si, perché si sceglie con il Desiderio ed è il Desiderio che, in noi, attiva la Genesi conseguente, che è presente in noi al punto che il male o il Bene sono in grado di fecondare i Desideri espressi e far maturare nel reale il frutto della nostra scelta. E questo sia a livello mentale, affettivo e fisico.

Ma cosa qualifica il Desiderio per farlo orientare verso il Bene o verso il male? E’ la considerazione del Possesso, presente nella dinamica del Peccato Originale, è l’Avere per Essere… Quando vogliamo per Essere si scatenano tutte le forze negative che sono in noi, mentre quando vogliamo Essere per Dare, ecco che le forze del Bene in noi orientano tutti i dinamismi d’Anima, Mentali, Affettivi e Fisici perché venga a prodursi il Bene attraverso il Divenire Bene per altri.

Va detto che tutti siamo schiavi della dinamica perversa del peccato e che la Salvezza operata da Cristo per tutta l’Umanità consiste nell’aver introdotto nell’Umanità il Verbo, ovvero Egli stesso che è… Amore che Vive per Essere Donato… Amore che E’ Amore che Dona Amore, e Lui si è Fatto Cibo per Essere Assimilato dall’Uomo e dalla Donna al punto da divenire capace, in Noi, di modificare Geneticamente la struttura del Pensiero dei Sentimenti e delle Azioni… Nutrirsi di Dio per Divenire Stirpe di Dio e la Genesi corrispondente a questa Scelta avviene per Assimilazione diretta… Non per nulla Gesù si è chiamato Pane della Vita e ha usato la stessa dinamica del mangiare presente nel peccato originale, perché come mangiando il frutto del peccato questo è entrato in noi, così mangiando il Corpo stesso di Gesù possiamo far entrare in Noi la Genesi del Bene… che è Dio Stesso!

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Gv 6,56

… Gv 6,58

         E Che Gesù fosse della Stirpe dell’Uomo in Davide e della Stirpe della Donna in Maria è noto a tutti… Quindi noi possiamo decidere ed accogliere la Verità che la scelta della Vita impone… Divenire per Grazia Stirpe di Dio o lasciarci tentare dal divenire l’opposto: esseri in balia di un male che rifiuta l’Essere per Amare, che rifiuta Dio, la Sua Vita e l’appartenere a Lui.

 
Di Alberico Mattiacci (del 30/05/2009 @ 09:06:02, in Cultura, linkato 148 volte)
Quando sento qualcuno che parla di valori, che si riempie la bocca con la parola valori provo un senso di fastidio e di disagio. Fastidio e disagio che aumentano in maniera esponenziale quando assieme all’abusato sostantivo si utilizza l’improbabile aggettivo “valoriale”. Ho subito l’impressione che il mio interlocutore mi voglia buggerare. E la reazione istintiva, stizzosa, sarebbe quella di dire “Io non ho valori non me ne frega niente di avere valori. Soprattutto quei valori che tu vai mercificando. “ Ma poi mi calmo e provo a ragionare.
I valori nascono dalla prossimità con Cristo. Non sono un valore assoluto i valori. Hanno ragione di essere in quanto espressione di una relazione intima e feconda con la divinità. Semplificando avere dei valori significa amare Cristo e il prossimo, con lo stesso amore con il quale siamo stati amati per primi. Un cristiano queste cose le sa, naturalmente, istintivamente, per grazia, per fede. Nel vivere civile e sociale però dove la prossimità con Cristo troppo spesso viene bandita o risulta comunque assente, ci si sente in dovere, non di offrire esempi concreti di tale relazione, palpabili, visibili a tutti, ma di mettere sul piatto gli effetti che essa produce: fedeltà, responsabilità, tolleranza, ecc. ecc..
Si staccano dalla vite i tralci e si tenta di trapiantarli altrove, con la convinzione che possano ugualmente dare frutti. Ecco la grande eresia dei nostri tempi: la chiesa dei valori. Tante belle parole prive del terreno che le rese feconde, che diede loro la vita. Si pensa di poter gestire i frutti della vigna senza più ricorrere al vignaiolo, ai sacramenti. “Mio caro Gesù, tanto ormai ci siamo fatti furbi e certe cose le sappiamo anche anche da soli, anche senza il tuo aiuto.” Possiamo mettere su una chiesa ipocritamente perfetta e moralista su cui sventola il vessillo dei valori. E fingere di non essere più peccatori o di non esserlo mai stati.  
L’attacco che sta subendo la Chiesa da alcuni decenni a questa parte è tremendo. Nei secoli passati era stata duramente avversata, ma non si era mai tentato di rubargli la Verità di cui è depositaria nel tentativo di cambiarla definitivamente di segno. Adesso è dall’interno che si cercano di erodere le fondamenta. Si tenta la scalata al soglio Pontificio. E a sferrare questo attacco è una cultura all’interno della quale oramai siamo immersi, viviamo, molto spesso inconsapevolmente. Una cultura dalla quale oramai non sappiamo più difenderci, perché ne siamo impregnati, chi più chi meno, un po’ tutti.
La stessa cultura che addita il peccatore come un uomo senza valori, dimenticando però che proprio in quanto peccatore ad esso è riservato un canale preferenziale nel rapporto con Cristo “IO NON SONO VENUTO A CHIAMARE DEI GIUSTI, MA DEI PECCATORI” Matteo 9, 13. “Che fastidio questi cristiani, così umani, così troppo umani, che continuano a peccare e pare che il cielo gli riservi chissà quali privilegi” verrebbe voglia di spazzarli via, di cancellarli per sempre dalla faccia della terra. Non hanno riserbo, sono chiassosi, fastidiosi, come un esercito di cicale.
Il giusto dal canto suo, impastato di lievito farisaico, giudica questo “privilegio” del peccatore in maniera affatto negativa, “E’ privilegiato perché ha più bisogno, se non avesse bisogno come il sottoscritto non sarebbe privilegiato”. Egli non riesce a riconoscere nella preferenza accordata da Gesù al peccatore un’altra verità: ossia il peccatore possiede l’umiltà che piace a Gesù, l’umiltà che deriva dal riconoscimento e dalla consapevolezza della propria condizione. L’essere giusti non è sinonimo di santità, come non lo è l’essere peccatori impenitenti. Ma è dal riconoscere la propria condizione di peccatori, dal constatare di essere sempre bisogni di aiuto, dal domandare ad ogni istante attraverso la preghiera, il supporto della fede e della grazia divina, che ci si incammina per il cammino di santità. Il peccatore non si spoglia della propria umanità, ma la riveste di una corazza per intraprendere la lotta contro il peccato. Non indossa una maschera per fingersi giusto e mettersi in bocca belle parole su questo o quest’altro valore.
 
Di Alberico Mattiacci (del 06/05/2009 @ 12:51:54, in Cultura, linkato 216 volte)

E’ naturale che per un non credente esista solamente la prevenzione materiale, di quella spirituale non sa che farsene. Tanto più che quest’ultima contrasta con la precedente, annullandone i presunti benefici. Chi è convinto che per combattere l’AIDS in Africa, e negli altri continenti ci sia bisogno del preservativo, non riesce a capacitarsi del perché la Chiesa avversi l’unico valido strumento di prevenzione, ad oggi, nelle mani dell’uomo, per far fronte a questa malattia. Il problema viene affrontato nella sua fase finale, non si cerca di risalire a monte, alle sue possibili cause per tentare di curare alla radice. E’ un dato di fatto, afferma la vulgata più diffusa, esistono certe abitudini sessuali dell’uomo o della donna naturali o innaturali che siano, che a lungo andare possono portare a contrarre questa malattia. Ma non possiamo interrogare l’uomo dicendogli “Cosa stai facendo?” “Dove stai andando?” perché sarebbe un limitare la sua libertà, ci limitiamo a constatare che la situazione è questa e riempiamo il continente di profilattici. Quanti ne voleva mandare la Spagna di Zapatero? Ahahahahah permettetemi una risata liberatoria.

La Chiesa si preoccupa di applicare un altro tipo di prevenzione, la prevenzione contro il peccato, si carica sulle spalle il fardello di un oneroso privilegio (la fede gli è stata data perché altri potessero conoscere Cristo e la salvezza che da Lui proviene) e dice rendiamoci conto che questa malattia è conseguenza di abitudini sessuali improprie e che contraddicono quella che dovrebbe essere la normale relazione uomo donna, il fine per cui essi sono stati creati e per cui essi scelgono di unirsi per completarsi a vicenda: l’amore che genera, che da vita e non solo spirituale ma reale, concreta, in carne ed ossa. Ebbene tutto ciò è scomodo, terribilmente scomodo e fastidioso. Eppure dovremmo cominciare a renderci conto che la prevenzione spirituale dovrebbe essere tanto più necessaria di quella materiale. Spirito e materia hanno dato vita alla realtà umana, affinché possano armonizzarsi c’è bisogno che cada il loro dualismo e si raggiunga un nuovo equilibrio. E’ sul legno della croce che tutto ciò è accaduto e continua ad accadere, nell’offerta di sé che Gesù Cristo nostro Signore ha compiuto per noi. L’uomo nuovo nasce lì per quanto scandaloso possa apparire.

Chi è che ha bisogno di un esercito di ammalati spirituali da guarire? Non certo Cristo. E’ vero che è venuto per i peccatori ma ne avrebbe fatto volentieri a meno se le cose fossero andate diversamente. Non facciamoci trarre in inganno da Satana. Daccordo a Pasqua diciamo "O felix culpa, quae talem ac tantum meruit habere Redemptorem! Ma ciò non significa che per meritarci ad ogni passo della nostra esistenza la Grazia, dobbiamo continuare a peccare. O che, più siamo peccatori, più siamo meritevoli di Grazia. Credere questo significa aggiungere masochismo e perversione alla nostra miserevole condizione di peccatori. Peccatori infatti non lo si diventa lo si è. Lo si è fin dalla nascita e non possiamo pensare che sia in nostro potere dirimere la questione del peccato, a seconda delle stagioni, quantitativamente e qualitativamente. Oggi ho fatto un peccatuccio, domani magari me ne scappa uno più grande ma poi quando viene il tempo di quaresima… Chi non è buono per Dio, per tutte le stagioni, non è buono neanche per gli uomini.

Caratteristica del peccatore è la sua inconsapevolezza, l’essere dentro una gabbia e non accorgersi del male che fa a se stesso e agli altri. Ora oggi, siamo arrivati al punto in cui il peccatore vorrebbe far passare la sua logica per legittima, imporre la sua capacità di modulare e gestire il peccato e questo è agghiacciante. Un vero e proprio delirio di onnipotenza. Che minaccia le fondamenta della Chiesa. Bisogna sempre guardarsi dal veleno del peccato che si insinua nella dottrina della fede e non confonderlo con la misericordia infinita a cui si è tenuti nei confronti del peccatore. Forse qualcuno vorrebbe che al posto degli ex voto ci fossero in chiesa targhe a ricordo dei peccati commessi? Non il ricordo della Grazia ricevuta ma quella dell’errore commesso? Non è dagli errori che si impara, si impara davvero quando abbiamo superato l’errore. Quando l’errore è alle nostre spalle e non c’è più niente o nessuno che ci spinga a ripeterlo.